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La mia prima casa era una classica abitazione friulana con cortile interno che occupava l'area dove oggi sorge la sede della guardia di finanza di Nogaro. I miei genitori e noi quattro figli, due maschi e due femmine, dividevamo quell'enorme fabbricato con la famiglia Dri e il piccolo Bruno, che in seguito è diventato "padre Bruno". Eravamo due nuclei distinti, ma l'affetto che ci legava ci faceva sentire di famiglia. Io sono nata nel 1933; Bruno aveva cinque anni più di me.

Le mascalzonate innocenti

Gli anni della nostra infanzia furono difficili sotto diversi punti di vista: la politica e le decisioni belliche non toccavano direttamente noi bambini se non con la paura dei bombardamenti. In realtà, eravamo più preoccupati a sedare una fame potente. Ricordo che a volte piangevo in cortile perché la mia razione di pane era finita. Allora, se poteva, la mamma di Bruno mi raggiungeva e mi offriva qualcosa da mangiare. Credo che mi offrisse del cibo a lei destinato.

La fame ci portava a organizzare innocenti mascalzonate. Ci appostavamo attorno ai carri che trasportavano le barbabietole da zucchero al porto. Infilzavamo una barbabietola con il fiocinino allungato e scappavamo con il nostro piccolo bottino che avremmo arrostito a casa di Bruno, dove c'era una cucina con fogolar.

La messa per gioco...

I giochi in cortile dimostravano già qual era la sua vocazione. Il preferito di Bruno era la messa. Bruno si appendeva al collo un bidone di latta e lo percuoteva con dei bastoncini, le sue personali campane che ci chiamavano a messa. Allora prendeva un pezzo di stoffa sfilacciata e sistemava attorno al collo la sua stola. La messa era celebrata nel porcile. I testi erano sicuramente incerti e scorretti perché, allora, nessuno di noi conosceva il latino. Bruno poi ci impartiva la comunione. L'ostia, neanche a dirlo, era fatta con quello che si poteva trovare nell'orto: cetrioli tagliati a fettine sottili, contenute in una tazzina sbeccata.

Giocare in cortile era piacevole: potevamo godere dell'ombra di grandi gelsi che d'estate ci offrivano more succose per la merenda. Il centro dell'aia era occupato da un letamaio. Era proprio attorno a quella vasca che, in speciali ricorrenze, Bruno ci accompagnava in processione.

Il sogno della sua vita

Quando Bruno ci disse che sarebbe andato a studiare in seminario, nessuno di noi si meravigliò: era chiaro a tutti che stava esaudendo il sogno della sua vita. Il primo vero distacco dal mio amico Bruno fu proprio quello. Lui stava diventando grande, non giocava più con noi: studiava per diventare prete e un giorno avrebbe realmente celebrato le Messe.

A volte tornava a casa per una breve vacanza. Spesso era accompagnato da alcuni compagni seminaristi o dal rettore. In quelle occasioni suo padre offriva ciliegie a tutti. I miei occhi di bambina si spalancavano davanti a due enormi cesti da semina, uno ricolmo di amarene, l'altro di ciliegie chiare e rosate.

Quei libri in dono

Rimanemmo nella casa di Nogaro fino a quando non fu distrutta da un bombardamento nel 1943 e Bruno si trovava già in seminario. Mio padre era già morto e noi fummo ospitati a casa della zia Maria, a San Giorgio di Nogaro. Lì trovai la mia adorata cuginetta Ada, ma avrei perso per sempre l'affettuosa quotidianità con la famiglia Dri.

Bruno, alla fine dei suoi studi, partì per la missione. Andò in terre lontane che noi immaginavamo simili alle isole dei racconti di Salgari, paesi che non avremmo mai visto se non più tardi in televisione.

La prima tappa dei suoi rientri in Friuli era sempre la nostra casa di San Giorgio. Mia mamma lo abbracciava forte e gli chiedeva notizie sulla salute, trovandolo sempre stanco e magro. Durante una delle sue visite mi portò in dono dei libri, un regalo bellissimo del mio amico speciale.

La fotografia degli sposi bengalesi

La nostra vita continuò su binari diversi. Ma uno dei suoi "rientri" coincise con un periodo entusiasmante per la nostra famiglia: Andrea, il mio secondo figlio, stava organizzando il suo matrimonio. Chiesi a padre Bruno di benedire le sue nozze e lui accettò.

Ricordo le risate quando si sincerava che in Friuli non servissero ghirlande di fiori per quell'importante rito che lui era abituato a celebrare in Bangladesh. Con il pensiero sarà tornato alla sua missione quando mia nuora Patrizia attraversò la navata della chiesa con un gioiello pendente sulla fronte alla maniera indiana.

Durante la cena nuziale, scattò una fotografia dove lui appariva al centro, la sposa a destra e lo sposo a sinistra: voleva fare un parallelo con il ritratto di una coppia bengalese a lui particolarmente cara. Avrebbe portato con sé la fotografia per mostrare loro un matrimonio "occidentale". Alcuni mesi più tardi ci arrivò una lettera dal Bangladesh: conteneva la fotografia di una sorridente coppia bengalese, unita da una ghirlanda di fiori.

Nell'album di mio figlio c'è una bellissima fotografia: gli sposi sono ritratti di spalle e padre Bruno benedice il calice alzandolo al cielo. Le piante, sapientemente composte dalla fioraia, fanno da cornice alla scena: sembra che p. Bruno stia celebrando in un campo, come in una di quelle domeniche della nostra infanzia quando, da bambini, giocavamo alla messa.

Mi dispiace che padre Bruno non abbia potuto trascorrere i suoi ultimi anni a San Giorgio. Avremmo potuto passare del tempo insieme, come da piccoli, ricordare le nostre marachelle, i giochi di carabara e mattone.



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