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LA PAROLA

1In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria. 3Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.

4Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazareth, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 5Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.

6Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. (Luca 2,1-7)


L’imperatore Augusto, oramai sovrano assoluto di popoli, decide di contare i suoi sudditi per sapere di quante tasse e quanti soldati potrà disporre. Obbedendo senza farsi troppe domande, Giuseppe con Maria, con un popolo di poveri, va al paese degli avi, per farsi iscrivere.

Due tipi di giorni sembrano coincidere: quelli in cui l’imperatore fa la grande conta e quelli in cui si compie per Maria il tempo di partorire. Il figlio di Dio nascerà quindi a Betlemme, la terra del grande avo di Giuseppe, il re Davide.

Non è però Augusto che dirige i passi di Giuseppe e Maria. Per bocca di Michea, il Signore aveva annunciato che il Salvatore sarebbe nato nella città di Davide: “E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele… Dio li metterà in potere altrui fino a quando partorirà colei che deve partorire… Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra. Egli stesso sarà la pace” (5,1…4a).

C’è la pace di Augusto, che assoggetta e impone le sue condizioni, e c’è la pace di Colui che viene come uno degli umili della terra. Mentre i grandi s’affannano a contare, Maria dà al mondo Colui che, invece di impossessarsi della vita altrui, offrirà la propria.

Forse anche per questo il bimbo nasce nella “Casa del pane” - Betlemme; forse anche per questo è deposto nella mangiatoia, lui che si offrirà in cibo al mondo; forse anche per questo nasce in un contesto di animali e pastori, lui, il pastore che dà la vita per le pecore.

Forse anche per questo Luca sottolinea che la madre lo depone fasciato, come verrà deposto un giorno dopo aver dato la propria vita. Risuscitando, lascerà al mondo quelle fasce, quasi a invitarci a continuare ad avvolgere il suo corpo - l’umanità - della stessa tenerezza.

Il contesto scarno di uno spazio per animali è trasfigurato dalla tenerezza di Maria. “Maria è colei - ha scritto il papa - che sa trasformare una grotta per animali nella casa di Gesù, con alcune povere fasce e una montagna di tenerezza” (EG 286).

C’è l’invito a scegliere.

Mentre il brano centrale (vv. 4-5) narra del viaggio di Giuseppe e della sua sposa, i due versanti del testo ci invitano a situarci, a scegliere fra due modi di stare nel mondo: il primo, che conta sulla forza del potere; il secondo, che si basa sulla forza della tenerezza. Dio ha già fatto la sua scelta.

La potenza è arroganza, accumulo, rifiuto, esclusione, rancore, vendetta; è tristezza, pretesa, permanente malcontento; è mettersi al centro ignorando il volto dell’altro. La tenerezza è semplicità di vita, accoglienza della propria e altrui fragilità, mitezza, inclusione costante, perdono, gesto che solleva. È anche inventiva politica di un altro modo di risolvere i problemi, che non sia quello della guerra che risponde alla guerra o la previene anticipandola.

La tenerezza non è nostra, è partecipata e ricevuta quotidianamente da quel Dio che si fa uomo in Gesù.

Questo Natale può essere l’occasione di rinnovare nell’incontro con Lui il nostro stile, prima di entrare nel nuovo anno.



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