Quanto è bello il silenzio!
Un foglio di carta finisce nel cestino. Conteneva qualche riga con gli auguri di Natale; forse sarebbero stati i soliti e banali auguri. Poi c’è stato il 13 novembre, quella notte orribile di Parigi, e ora siamo qui, ancora una volta, quasi con il dovere di scrivere e “dire la nostra” su ciò che è accaduto.
Silenzio e preghiera sono i primi due atteggiamenti che, in realtà, mi sembra siano mancati. Al suono sordo e terrificante dei kalashnikov, tutti abbiamo risposto con parole a non finire. Tutti siamo diventati giudici, esperti, commentatori. È così difficile reagire con il silenzio, la preghiera (anche laica), un pensiero? Perché sentiamo la necessità di aggiungere parole a parole?
C’è qualcuno che ci ascolta e che ascoltiamo, o siamo solo impegnati ad ascoltare noi stessi, per vedere quanti “mi piace” riceve il nostro commento? Basterebbe un pianto di dolore per esprimere solidarietà, lacrime di rabbia per chi non c’è più. Invece, i social media sono stati invasi da messaggi e simboli di ogni tipo.
È bello che la partecipazione viaggi a fil di rete, è bello il confronto. Ma non avevamo bisogno degli ultras della Fallaci, a cui si sono contrapposti quelli di Terzani. Non avevamo bisogno degli “ora basta!”, “è tempo di intervenire!”, a cui hanno fatto seguito i pacifisti oltranzisti.
Beati voi, che avete le risposte immediate e seguite la reazione d’istinto! Beati voi che riuscite a identificare un nemico e sempre uno solo!
Teatro, ristorante, stadio sono i nostri luoghi dello svago, frequentati da giovani e adulti. Anche noi avremmo potuto essere lì, quel 13 novembre. Lì avremmo potuto avere fratelli e amici, da piangere. Lì è morta anche Valeria Solesin, giovane veneziana che all’università Sorbona affidava un futuro da sogno, senza però abbandonare il suo impegno di volontaria.
E quante altre storie come la sua ci parlano di vite comuni e silenziose, ma che mettono al centro il bene per gli altri. Ci dicono quali tesori abbiamo perduto, quali potenzialità rimarranno inespresse. E ciò fa tanto male, perché il terrorismo vorrebbe spezzare proprio il nostro futuro.
Dopo gli attentati multipli, gli Imam di Parigi hanno cantato la Marsigliese davanti al Bataclan. Grazie, ma forse non basta più sentirsi un’unica nazione. C’è bisogno di una voce forte di quell’islam che sa e rimane in silenzio, anche per paura. La vera solidarietà sarebbe isolare, parlare, denunciare!
È inutile nasconderlo. Le vittime di Parigi ci sconvolgono, perché Parigi è casa nostra, come Milano o Roma, Bruxelles o Madrid. Perché ci comportiamo in modo simile quando lavoriamo, studiamo e ci divertiamo; in una parola, perché siamo europei.
Ma queste nostre vittime sono forse più importanti delle madri che perdono i figli nei bombardamenti in Siria, di un ospedale devastato per una bomba da “effetto collaterale”? Queste nostre vittime hanno qualcosa in più della popolazione curda, unico baluardo sul campo contro il regime islamico targato Isis?
“Ho dipinto la pace”, è il titolo della poesia di Tali Sorek, ragazza israeliana di 13 anni. La riporto come augurio per tutti, di un Natale di pace:
Avevo una scatola di colori
brillanti, decisi, vivi.
Avevo una scatola di colori
alcuni caldi, altri molto freddi.
Non avevo il rosso per il sangue dei feriti.
Non avevo il nero per il pianto degli orfani.
Non avevo il bianco per le mani e il volto dei morti.
Non avevo il giallo per la sabbia ardente.
Ma avevo l’arancio per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste dei chiari cieli splendenti,
e il rosa per il sogno e il riposo.
Mi sono seduta e ho dipinto la pace.







