I bollettini dell'amore
“Sono costretto a vivere gomito a gomito con i soldati"
Padre Sisto, un missionario entusiasta, che ha vissuto con noi a Zelarino episodicamente per qualche anno, quando aveva bisogno di ritemprare le forze e aggiustare i quadri della salute, ci ha lasciati solo da un anno, preferendo aspettare la prospettata operazione all'anca aiutando i suoi cristiani della Repubblica del Congo, nella tormentata Regione del Kivu. Così scrive ai suoi amici.
La grazia e la pace siano con voi. Sto facendo, da solo in casa, gli esercizi spirituali, per prepararmi al 13 ottobre, 35mo anniversario del mio sacerdozio. Sono davanti al Santissimo; ma mi è tanto difficile concentrarmi e pregare. Dal 3 agosto, inaspettatamente, mi sono trovato in piena guerra e, siccome la missione è su una collina rocciosa che domina sull'unica strada che conduce a Uvira e al Sud, questa è diventata una posizione strategica.
I combattimenti si sono svolti anche intorno alla chiesa e alla casa in cui abito. Ho visto i soldati appostati nel giardino e dietro ad ogni angolo della casa, mentre le loro mitragliatrici continuavano, a intervalli, il loro canto di morte. Per quattro giorni, sono rimasto intrappolato in casa, senza vedere anima viva. Cercavo gli angoli più riparati, ma la casa è tutta a pian terreno, aperta ai quattro venti e senza cantina.
Mi sono trovato alla fine in zona occupata dai ribelli che osteggiano il predominio di Kabila, con il comando militare nel Centro Catechistico, che fa angolo con la casa della missione: questo ha tenuto i cristiani lontani. Così sono stato costretto a vivere gomito a gomito con i soldati.
Fin ora, a dire il vero, non siamo stati importunati e nemmeno ci hanno messo in grosse difficoltà; temo solo che, la parte avversa, non ci accusi, domani di collaborazionismo. Fin ora, nella mia missione, ci sono stati una ventina di morti. La pace è solo apparente, ora che il fronte è lontano. Aumenta, però, l'odio in modo spaventoso. Dirvi di più?
È una situazione ingarbugliata, molto complessa. Viviamo alla giornata con troppi soldati intorno. Manca il lavoro, c'è fame e le ondate del colera si susseguono l'una all'altra. Non esiste legge, si uccide, si ruba, non c'è autorità se non quella dell'odio e della paura. Le scuole non sono potute cominciare: molte sono occupate dai fuggiaschi e dai rifugiati. La vita della missione è quasi totalmente bloccata, eccetto che per la celebrazione delle sante Messe. Ciononostante io ho cominciato il catechismo e le attività con i gruppi, che però marciano in folle o, al massimo con la prima marcia.
Ho chiesto perciò tanta preghiera: gli amici me l'hanno consigliata e non hanno mancato di inviarmi anche aiuti dei quali ringrazio, perché segno anche questi di amore. Sto cercando di costruire due aule per il catechismo e le attività dei gruppi; ho terminato le fondazioni e spero di poter proseguire. Non scappo come hanno fatto tutti i bianchi dell'Unicef, dell'Onu e tanti altri.
Nonostante tutto la Chiesa, in questo momento di buio e carico di spiritualità, resta l'unico faro di speranza: la presenza dei missionari continua ad ispirare fiducia nella gente. È come un seme, che ha in sé il germe della possibilità di una nuova vita.
Ho riflettuto in questi giorni e ho fatto il bilancio dei miei trentacinque anni di sacerdozio. Sono tante le cose di cui devo chiedere perdono al Signore perché il mio ringraziamento sia più sincero. Perché egli ha scelto proprio me? Non ho trovato mai una risposta adeguata a questo interrogativo, ma una a livello di fede c'è. È il Signore che salva, non io, e, come ha scelto Pietro, Giovanni, Matteo, Giuda e gli altri Apostoli, che erano anch'essi peccatori come me, così ha scelto proprio anche me: più lo strumento è povero più risalta la sua potenza e il suo amore.
Così posso ringraziare di cuore il Signore della mia povertà, dei miei peccati, e della mia nullità e abbandonare fiducioso nelle sue mani anche il mio futuro. Come corpo del signore Gesù soffriamo insieme e insieme godiamo della sua misericordia, sicuri del suo amore. Siamo tutti bambini in braccio a una tenerissima madre! Ricordiamoci: l'amicizia ha bisogno anche di memoria. Vi benedica il Signore.








