“Ho dato e imparato molto”
Dopo l’Indonesia, una nuova stagione
Nel giugno scorso, si è conclusa la parabola della mia stagione missionaria “in prima linea”. Dopo 36 anni trascorsi in Indonesia, sono tornato in Italia per iniziare una nuova attività, all’età di 67 anni.
Senza ciabatte né calze
Guardando indietro, si affollano nella memoria molti ricordi, belli e brutti, dolorosi e gioiosi, oltre a tante impressioni, che sono ormai parte della mia vita. Per il missionario, che ha “gli occhi aperti”, vivere in mezzo a tanta gente diversa per razza e lingua, per cultura e abitudini, costituisce una seconda nascita. È un continuo allenamento psicologico, mentale e fisico. Il missionario deve essere sempre pronto a imparare, disposto a modificare i propri schemi culturali.
Nel 1971, arrivato nella mia prima missione, un giorno ero andato a visitare una comunità cristiana con p. Filiberto Corvini, che era lì da vari anni. La strada, in terra battuta e pianeggiante, era bagnata e piena di pozzanghere. A volte bisognava guadare un torrente, portando la bicicletta a spalla. Da novellino, indossavo anche le calze, snobbando il consiglio prudente del missionario più esperto, che mi diceva di andare a piedi nudi. Attraversando una pozzanghera, sono affondato fino al polpaccio. Ho tirato fuori i piedi, ma ciabatte e calze sono rimaste nel fango! Quella è stata la prima lezione “culturale” che ho imparato.
Un’avventura meravigliosa
Partito per far conoscere Gesù, ho scoperto che la gente soffriva di una triplice fame: fame della mente (di istruzione), fame del cuore (di formazione) e fame dello stomaco (di cibo). Così, accanto all’istruzione religiosa, sono nati vari piccoli progetti sociali di formazione artigianale e professionale (scuole tecniche, corsi di cucito, borse di studio per l’università...) e micro realizzazioni per favorire l’economia delle famiglie povere, come l’allevamento di polli, mucche e maiali.
Tutte queste attività sono poco adatte al missionario, ma riguardano necessità primarie delle persone in mezzo alle quali egli vive. Così, poco a poco, è nata una collaborazione inaspettata con la gente e con le famiglie, non solo cattoliche. Mi sono convinto che l’evangelizzazione è veramente la via allo sviluppo sociale, perchè si preoccupa del benessere di tutta la persona.
Certamente, ho imparato più di ciò che ho dato. La pazienza degli indonesiani, il grado di sopportazione nella sofferenza, la serenità in mezzo alle difficoltà, l’affrontare i problemi con fede, lo spirito di condivisione e di accoglienza, la disponibilità a essere coinvolti in piccoli progetti... sono tutti valori che mi hanno arricchito. È stata davvero un’avventura meravigliosa!








