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Bangladesh: Missione difficile, 5anni di intensa esperienza

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Dalla fine di giugno sono in Italia per un periodo di riposo, dopo cinque anni di missione. Ringrazio la comunità saveriana di Udine per avermi invitato a scrivere qualcosa sulla mia esperienza in Bangladesh, proprio nel mese dedicato alle missioni.

L’ottobre missionario è un invito a tutte le comunità cristiane a riflettere e pregare per l’evangelizzazione nel mondo.

Il giorno della partenza

2006 10 Targa1L’impatto con il Bangladesh non è stato facile. Ricordo ancora quel 15 febbraio del 2001, quando da Roma sono partito in macchina verso l’aeroporto con padre Garçia, membro della direzione generale dei saveriani. Ascoltavo da lui le numerose raccomandazioni, ma soprattutto un saggio avvertimento: “Daniele, il Bangldesh è una missione difficile...”.  Erano parole pesanti ma vere, tanto che avvertivo un senso di timore dentro di me. Quando sono salito sull’aereo, le gambe avevano cominciato a tremare. Tra tanti piccoli discorsi con p. Ezio Succa, mio compagno di viaggio, cercavo di smorzare la tensione.

Il viaggio, durante la notte, è stato tranquillo, ma non ho chiuso per un attimo gli occhi. Mi dicevo continuamente: “finalmente sto realizzando il sogno della mia vita”, quello di recarmi in missione, dopo aver speso molti anni in Italia per l’animazione missionaria e vocazionale a Taranto.

Dalla città alla campagna

Lo shock l’ho avuto subito all’arrivo. C’erano 30 gradi e un’umidità insopportabile. Fuori dall’aeroporto una gran folla, appiccicata come mosche alla rete di protezione, era in attesa di ricevere qualche centesimo dai passeggeri. Sembrava di essere dentro un’arena, con centinaia di occhi incollati sui di noi.

Il caldo, lo smog della città, i clacson assordanti di taxi e pullman, le zanzare, il cibo... Nei primi sette mesi nella capitale Dhaka, dove mi trovavo per imparare la lingua, ho perso ben 15 chili. Stare in città diventava, giorno dopo giorno, un’ossessione. Sentivo soffocarmi per l’ambiente così caotico. Ho chiesto allora di lasciare la città, per recarmi in una missione di campagna. A Natale del 2001 sono riuscito a raggiungere la missione di Bhabarpara, lontana 300 chilometri dalla capitale e completamente immersa tra le risaie e i campi di grano.

Un cobra ad aspettarmi

Purtroppo, le sorprese non erano finite. Quando sono arrivato in corriera, pioveva a dirotto. Per fortuna, ho trovato la calorosa accoglienza dei saveriani p. Pio Mattevi e p. Livio Salvetti, veterani della missione. Il giorno dopo, ero andato a visitare il villaggio.

Rientrando a casa, in serata, avevo trovato una visita inattesa. Nell’atrio, alcuni catechisti e operai della missione tenevano in mano lunghe canne di bambù, con cui cercavano di catturare per me un piccolo cobra, che si era presentato all’improvviso nella nostra missione. “Padre, questo è venuto per darti il benvenuto”, mi dissero. Le gambe mi tremavano, mentre pensavo alle parole di p. Garçia: “Il Bangladesh è una missione difficile”.

Grazie a tutti voi

Avrei tante cose da raccontarvi. Quante avventure incredibili e quante grazie ricevute, per merito delle vostre preghiere. Posso dire che questi cinque anni spesi in Bangladesh sono stati belli e difficili nello stesso tempo. La mentalità e la cultura sono diverse dalla nostra occidentale. Il clima è caldo e umido e ci sono anche difficoltà d’intesa con i sacerdoti bengalesi. Ma, nonostante tutto, essi mi hanno aiutato a capire una cultura così complessa.

Ringrazio tanto i confratelli saveriani, che mi hanno sostenuto nei momenti più difficili. E ringrazio tutti voi, parenti, amici e benefattori, che mi siete stati vicini spiritualmente e materialmente. Sono contento di tornare al lavoro al più presto, per essere strumento di amore e di pace nelle mani di Dio. Mandi.

Dopo tanti anni, il battesimo

Dopo aver studiato la lingua per un anno, ho trascorso gli altri quattro anni in due missioni diverse, ma non tanto distanti tra loro, nella diocesi di Khulna. In Bangladesh ci sono sei diocesi, con circa 300mila cattolici su una popolazione di 140 milioni di abitanti. La maggioranza sono musulmani; il 10% indù; il 2% appartengono a varie etnie, e solo lo 0,5% sono cristiani, tra protestanti e cattolici.

Nella missione di Karpashdanga, dove ero fino a pochi mesi fa come aiutante del parroco bengalese, vivono duemila cattolici, sparsi in otto villaggi. Il mio lavoro era soprattutto nel settore dell’educazione, della pastorale, della promozione umana e della sanità. Ogni giorno mi recavo nei diversi villaggi, in moto o in bicicletta. Con l’aiuto del catechista del villaggio, visitavo le famiglie, facevo la catechesi, partecipavo agli incontri di preghiera o sulla parola di Dio, con i vari gruppi di bambini, giovani e adulti, donne e uomini.

In un villaggio dei catecumeni c’era anche un gruppo di tribali provenienti dal nord del Bangladesh, insediati molti anni fa, per lavoro, in un’azienda di canna da zucchero. Una quindicina di anni fa, i missionari avevano comprato un terreno per loro, dato che non avevano un pezzo di terra per abitare. A Pasqua di quest’anno, dopo molti anni di catecumenato, abbiamo battezzato una decina di adulti. È stata una festa grande e bella per tutti loro.



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