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Hanno dato la vita per il Vangelo: P. Olivani, missione e gli ultimi

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“Ho già fatto abbastanza il missionario muratore, il missionario infermiere, il missionario professore. Adesso vorrei proprio fare il missionario-prete. Sento il bisogno, anche per me stesso, di un lavoro più spirituale”. Con queste parole si esprimeva p. Camillo Olivani, manifestando il desiderio di andare in missione.

La sua vita con i saveriano iniziò a sedici anni, quando entrò nell’Istituto dopo aver frequentato il seminario diocesano di Cremona. Vi era stato introdotto da don Primo Mazzolari, di cui era stato per anni fedele chierichetto.

Papà Camillo, giusto e compassionevole

Il suo nome è legato alla Sierra Leone, dove trascorse più di 40 anni. I primi tempi, la sua abitazione era una capanna, ma entrò nel cuore della gente tanto da essere chiamato “Baba” Camillo.

Padre Gismondo Caponi, avendo dovuto sostituirlo nel 1974, così ricorda il cambio di consegne: “Tutti mi parlavano di p. Camillo. Io dovevo agire come aveva fatto lui, stare con la gente, sentirli, aiutarli, essere amico di tutti. P. Camillo non solo era un bravo insegnante, ma era giusto come direttore, non soggiaceva a favori, a ministri o a persone potenti”. Nel campo scolastico ed educativo, ha lasciato un segno indelebile. Oggi tanti adulti si vantano di essere stati suoi scolari. Nella città di Cambia, gli hanno dedicato una via: “Father Olivani Street”.

A fianco dei “figli del diavolo”

Quand’era studente si ammalò di una grave malattia alle ossa, da cui guarì miracolosamente. Fu forse questa la molla che lo spinse a prodigarsi per i poliomielitici, i portatori di handicap, i lebbrosi e i bisognosi della Sierra Leone che erano considerati figli del diavolo, isolati e relegati ai margini della società a causa della loro menomazione.

P. Camillo si prendeva cura di loro come un vero padre. “Ogni domenica distribuisco il fabbisogno per la settimana, ma poi tutti i giorni, vengono con ogni sorta di richieste, a cui cerco di provvedere. Un giorno, un musulmano ha visto tutta questa gente, ha chiesto cosa distribuivo loro e perché. Mi ha dato 50.000 leoni per loro: sette milioni e mezzo di lire! Il Signore continui a mantenere questa bella famiglia! Io gli presto solo le mani vuote! È lui che mantiene anche me”.

"Avevo fame, ero infermo…"

Qualcuno lo rimproverava di usare tanto il cuore e poco la testa. Egli rispondeva alzando la voce, con il vangelo in mano e con le parole di Gesù: “Avevo fame e sete, ero nudo, ero infermo...! Tutte le volte che avete fatto questo ai miei fratelli, l’avete fatto a me”.

Da dieci anni era assistito nella sua infermità in Casa Madre, a Parma. La sua morte è stata procurata da una rovinosa caduta, mentre andava a cercare la sua corona del rosario che aveva perduto.



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