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Novembre è il mese della commemorazione dei cari defunti. La comunità saveriana di Taranto vuole ricordarne quattro, recentemente tornati alla casa del Padre. Tra i 18 missionari saveriani, vittime del coronavirus nella Casa Madre di Parma, tre hanno lavorato qui a Taranto: p. Stefano Coronese, p. Francesco Cesare Grasso e p. Ernesto Tomé. P. Claudio Mantovani faceva parte della nostra comunità fino a qualche settimana fa…
Essi hanno lasciato un vivo ricordo nel cuore di tante persone. Oltre a ricordarli nella preghiera, alcuni amici hanno voluto testimoniare il loro apprezzamento e la loro gratitudine con diversi messaggi. Li riportiamo in questo articolo.

P. Stefano Coronese è il più ricordato, perché “tarantino” DOC. Nato a Massafra (cittadina a 10 chilometri da Taranto), ma da sempre tarantino di adozione. Quand’era ancora bambino, la famiglia si trasferì in città, in un appartamento di un palazzo distante poche decine di metri dal mare. È sempre stato di casa nella nostra comunità, sia per vacanza (tornando dalle missioni o da altri incarichi in Italia), sia perché, a più riprese, membro di questa comunità (aveva lasciato Taranto per trasferirsi a Parma solo a maggio dello scorso anno). “Ci mancano tanto le sue parole dialettali tarantine; ci facevano tanto sorridere durante le sue omelie”. “Uomo di cultura immensa. Mi mancheranno le sue omelie ricche di citazioni bibliche e di uomini dotti: scrittori, filosofi, dottori della Chiesa...”. “Che simpatico quando vestiva le sue fantasiose camicie indonesiane!”. “Era una persona ricca di tanti valori. Nonostante l’età, aveva un animo giovane, anzi giovanissimo; da sempre è stato animatore e formatore degli scout”.

Rientrato dalla missione in Messico, p. Francesco Cesare Grasso giunse nella comunità di Taranto nel 1997. È rimasto pochi anni, ma ha lasciato un ricordo indelebile nel cuore di tutti. “Nato per far gioire le persone tristi. Frequente questa sua massima: Se non vuoi perdere il sorriso, regalalo!”. “Ricordo con piacere il suo sorriso e la sua canzone preferita (Vienen con alegria!) che gli ricordava la sua missione”. “Con la simpatia, l’allegria e la familiarità catturava il cuore della gente, specie dei giovani; i bambini ne andavano pazzi”. “Per noi, ragazzi di allora, resta un faro: ci catechizzava mentre ci preparava gustosi biscotti secondo la ricetta della sua mamma; e poi ci portava al mare con tante tavolette: nessun bambino ne rimaneva senza. Era anche un abile tennista: giocava con tutti, sia con i bravi che con le schiappe come me”. “Ricordo quando lo invitai a parlare della sua missione ai miei ragazzi cresimandi: rimasero semplicemente ammirati ed estasiati”. “Quando parlava, era evidente a tutti che era innamorato pazzo della missione”.

P. Ernesto Tomè ha lungamente lavorato in varie missioni del Burundi. Quando, per motivi di salute e di età, tornò in Italia, si fermò nella nostra comunità per pochi anni, dal 2013 al 2016. “Il suo soggiorno è stato piuttosto breve, tuttavia ha lasciato in me un ricordo profondo”. “Il sorriso personificato, questo ci sembrava di constatare in p. Ernesto; uomo semplice e amorevole, gentile e cordiale. Non era di molte parole, però bastava il suo sguardo illuminato dal sorriso ad esprimere un cuore generoso e premuroso”. “Nonostante la sua andatura claudicante, era sempre il primo ad arrivare in cappella per la recita del santo rosario. Ed amava ripeterci che il rosario è l’arma che il diavolo teme di più”. “Ricordo la sua semplicità e l’umiltà. Amante del rosario e della Madonna, aveva sempre il sorriso sulle labbra nel vederci entrare nella cappella”. “Si presentava umile e molto riservato, ma nelle omelie ci incantava con i suoi aneddoti di vita missionaria e con le citazioni dei passi della Bibbia”.

Dopo questi cenni su aspetti tipici di ciascuno dei nostri confratelli, ecco ora alcune espressioni che esprimono il comune sentimento di affetto e di apprezzamento verso di loro. “Quando uomini di questo calibro se ne vanno, vediamo una grande ricchezza partire con loro. Quanto sarebbe bello trattenerla con noi, ma non ci è possibile. Ci rimane solo l’ammirazione, insieme allo stimolo ad imitare il loro esempio”. “Ci mancate tutti tanto tanto. Grazie di cuore!”. “Carissimi, ci dispiace non esservi stati vicini mentre lasciavate questo mondo. Avremmo voluto abbracciarvi per salutarvi e ringraziarvi per tutto il bene che ci avete fatto”. “Grazie di essere stati con noi. La morte non potrà separarvi dal nostro affetto e dalla nostra amicizia. Vi vogliamo tutti bene. Ricordatevi di noi, ora che state con Gesù e con la Vergine Maria. Continuate a sorriderci, a vigilare su di noi e a guidarci dal cielo”.

Grazie di cuore, cari amici e confratelli. Dopo aver fatto un immenso bene ai popoli dell’Asia, del Sud America e dell’Africa, il Signore Gesù vi associ ora in cielo alla gloria degli Apostoli e di coloro che, al loro seguito, hanno speso la propria vita a servizio del Vangelo e della redenzione del mondo.
Molto tempo prima di mettere per iscritto queste belle espressioni di amicizia e di affetto, appena la Fase-2 del coronavirus l’ha permesso, la profonda gratitudine verso i padri Stefano, Francesco Cesare ed Ernesto è stata espressa comunitariamente con una solenne celebrazione eucaristica in loro memoria e suffragio, come dimostrano le fotografie.



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