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Gli inizi della missione nel piccolo arcipelago

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La nuova missione - Mons. De Martino e i  primi “apostoli

Nel lontano 1895, quando il beato Conforti ha fondato l’istituto saveriano, la Santa Sede aveva affidato ai suoi missionari una provincia della Cina. Travolti dalla rivoluzione di Mao Zedong e cacciati dalla terra del loro primo apostolato, negli anni cinquanta, i saveriani hanno aperto nuove missioni in Giappone, Bangladesh e Indonesia. In quest’ultima nazione sono sbarcati nell’isola di Sumatra, accolti dal vescovo olandese mons. Braans, cappuccino. Era l’anno 1952.

Soldati olandesi e missionari protestanti

2005 12 Mentawai2 calviBen presto ai saveriani viene affidato il vicariato apostolico di Padang, una ridente cittadina sorta sulla riva occidentale dell’isola di Sumatra. La nuova missione si estendeva su un territorio grande quanto un terzo dell’Italia. Agli inizi i saveriani erano sei. Come vicario apostolico era stato scelto p. Pasquale De Martino, originario di Como.

Ad ovest di Padang, distante circa 150 chilometri, si stende l’arcipelago delle Mentawai. Nessun prete cattolico, prima di allora, vi aveva mai messo piede. Quando le isole indonesiane erano ancora sotto il dominio olandese (allora l’Indonesia era chiamata “Indie Olandesi”), gli abitanti delle Mentawai avevano assistito allo sbarco del primo distaccamento di soldati europei. L’arrivo dei soldati era avvenuto nel vasto golfo di Siberut, oggi capitale del piccolo arcipelago. Era l’anno 1904.

Con i militari avevano raggiunto le Mentawai anche alcuni missionari protestanti. La loro presenza nelle isole ha avuto alterne fortune. Nell’isola Pagai, un missionario protestante era stato ucciso a frecciate, nel 1909. Meno fortuna ancora avevano ottenuto i mercanti musulmani: nessun mentawaiano accettava di convertirsi a Maometto. Dicevano: “come può essere vera una religione che proibisce di mangiare la carne di maiale?”.

La prima esplorazione missionaria

Mons. De Martino, ricevute nuove forze dall’Italia, aveva deciso che era giunto il tempo di inviare un missionario in esplorazione alle isole Mentawai. II prescelto è stato p. Aurelio Cannizzaro. All’imbrunire del 30 novembre 1953, p. Aurelio si è imbarcato su una piccola nave governativa e ha affrontato la traversata. Affrontare l’oceano era sempre rischioso, per le insidie del mare e dei venti e anche per la precarietà delle imbarcazioni. tre giorni dopo, proprio all’alba del 3 dicembre, festa di san Francesco Saverio, p. Aurelio approda nella baia di Siberut. Affrontare l’oceano era sempre rischioso, per le insidie del mare e dei venti e anche per la precarietà delle imbarcazioni. tre giorni dopo, proprio all’alba del 3 dicembre, festa di san Francesco Saverio, p. Aurelio approda nella baia di Siberut. Quella prima esplorazione ha convinto p. Aurelio e il suo superiore che l’apertura di una missione cattolica alle isole era possibile. Tutto l’anno 1954 è stato speso nello studio e nell’organizzazione di quella prima fondazione.

I saveriani p. Vincenzo Capra (architetto, reduce da 30 anni trascorsi in Cina) e fratel Genesio Tosi (uomo esperto in tutto, dalla meccanica alla medicina) hanno affiancato p. Cannizzaro in quell’impresa. Durante tutto quell’anno ci sono state varie spedizioni: a Siberut sono stati scelti i luoghi dove costruire le abitazioni, la chiesa e un piccolo ambulatorio. Dal governo centrale non è mai arrivato nessun ostacolo. Qualche difficoltà è emersa a Siberut. Tra le altre: come pagare i terreni che sarebbero stati utilizzati per le opere della missione?

La curiosa vicenda del cambio di proprietà

Alle isole Mentawai non correva denaro e anche il termine “proprietà” assumeva un significato ben diverso da quello che ha in Occidente. Una famiglia era proprietaria della sua capanna e di determinati alberi: quelli da frutto e quelli utili per la costruzione delle canoe. Mentre non era suo il terreno e neppure gli altri tipi di piante. Le terre appartenevano tutte e solo alla popolazione del villaggio.

Alla fine, grazie ad estenuanti riunioni e contrattazioni, come pure all’aiuto del rappresentante governativo, che aveva accompagnato i missionari da Padang, si è giunti alla firma del contratto. L’impronta digitale del venditore confermava l’autenticità del documento con il quale la collina e l’appezzamento del terreno ai suoi piedi passavano alla chiesa cattolica e dodici pezze di stoffa portate da Padang venivano cedute all’ex proprietario del terreno. Il valore del documento era puramente simbolico, mentre le pezze di stoffa era un cambio di proprietà reale!

Prima di dover affrontare qualche improvvisa brutta sorpresa, l’équipe dei costruttori si è messa subito al lavoro. II materiale veniva trasportato quasi tutto da Padang, eccetto il legname di cui l’isola abbondava. Progetti e disegni uscivano dalle mani geniali di p. Capra, anche se l’architetto una mattina aveva trovato qualche foglio rosicchiato dai topi durante la notte. In basso, al confine del villaggio, è stata costruita la chiesa; mentre sulla collina prendeva forma la casa dei padri. Terminata l’opera, p. Capra e fratel Tosi sono rientrati a Padang. A Siberut hanno preso stabile dimora p. Cannizzaro e i due fratelli Calvi, padre Piero e padre Angelo.

L’entusiasmo e le difficoltà dell’inizio

Quando, nella primavera del 1955, mons. De Martino si è recato a Siberut per inaugurare le opere, è rimasto gioiosamente sorpreso del lavoro fatto dai missionari. In una sua lettera scrive: “Sono stato per la prima volta alle Mentawai. Ne sono tornato entusiasta: proprio non credevo che quelle isole fossero così belle, ricche e interessanti. Naturalmente là c’è ancora tutto da fare. Ma se ci fossero più missionari e più mezzi potremmo svolgere un lavoro magnifico. Dalla chiesetta ai piedi della collina si snoda una strada in salita che porta alla casa. L’abbiamo battezzata Via dei Fratelli Calvi, per ricordare i costruttori. Ora ci vuole il soffio di Dio perché tutto cresca e si moltiplichi. Ringraziando il Signore, ci sono buone speranze”.

Nonostante l’ottimismo del monsignore, le difficoltà che i missionari hanno dovuto affrontare, specialmente nei primi tempi, sono state complesse: il clima caldo e molto umido; la lingua mentawaiana, assai diversa dall’indonesiano e povera di vocaboli astratti; la diffidenza dei nativi nei confronti degli stranieri; l’ostilità dei protestanti, che si vedevano arrivare in casa un “temibile concorrente”. Ma i tre apostoli, ricchi di fede e di entusiasmo, si sono dedicati all’avventura con coraggio e determinazione.



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