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La questione del debito, soprattutto quello dei Paesi poveri, è sempre stato uno dei punti di studio e riflessione da parte della Chiesa che trova nel suo Insegnamento sociale un vero cammino evolutivo. Per papa Francesco “il debito estero è diventato uno strumento di controllo, attraverso il quale alcuni governi e istituzioni finanziarie private dei Paesi più ricchi non si fanno scrupolo di sfruttare in modo indiscriminato le risorse umane e naturali dei Paesi più poveri, pur di soddisfare le esigenze dei propri mercati”. 

Già Leone XIII nell’enciclica Rerum novarum (1891), trattando della questione sociale dei lavoratori, pone le basi di una giustizia che sarà poi applicata anche nel settore ben più complesso dei rapporti internazionali. San Paolo VI nell’enciclica Populorum progressio (1967) approfondisce l’idea dell’equità negli scambi commerciali che devono essere subordinati alle esigenze della giustizia sociale.

Le questioni complesse del mondo economico-finanziario e commerciale richiedevano una particolare specializzazione per essere in grado di capirne i meccanismi e portare così suggerimenti di ordine etico. Il Concilio Vaticano II nella sua Costituzione apostolica Gaudium et spes (1965) ha proposto la creazione di un organismo capace “di promuovere lo sviluppo delle regioni bisognose e la giustizia sociale tra le nazioni” (90). Nel 1967 viene creata da S. Paolo VI la Pontificia Commissione Iustitia et Pax che cercherà di riflettere su tutte le questioni di ordine politico, economico e sociale. Nel 1988, la Commissione è trasformata nel Pontificio Consiglio della giustizia e della pace e, a partire dal 2017, le sue funzioni sono confluite nel nuovo Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. 

Fra i primi atti compiuti dalla Commissione, un posto di rilievo riveste il documento Al servizio della comunità umana: un approccio etico al debito internazionale (1986). Questa riflessione mette in evidenza come il puntuale pagamento del debito non possa essere ottenuto al prezzo del fallimento dell’economia di un Paese debitore. In queste situazioni, la richiesta dei creditori, per quanto legalmente fondata, costituirebbe un abuso. I creditori sarebbero invece chiamati a consentire delle proroghe, a condonare parzialmente o anche totalmente i debiti, ad aiutare i debitori a tornare solventi.

In occasione del Giubileo del 2000, la Chiesa si investe in molti dibattiti e iniziative per sensibilizzare alla pratica della diminuzione, riduzione fino alla cancellazione del debito. Questo impegno porta alla formulazione di diversi meccanismi di ordine economico e finanziario da parte delle istituzioni internazionali. “Il risultato di questa campagna ha comportato la cancellazione di 130 miliardi di dollari, consentendo ai Paesi debitori di utilizzare le risorse così risparmiate per effettuare miglioramenti significativi nel campo dei servizi pubblici. Attualmente, da parte delle istituzioni internazionali, non sembra es­serci un’attenzione alle problematiche del debito paragonabile a quel­la di 25 anni orsono. Una delle ragioni di questo atteggiamento sta nel fatto che, da un punto di vista quantitativo, il debito sovrano è sempre più nelle mani di creditori privati, in particolare obbligazionisti, e ciò rende complesso il loro coinvolgimento in processi di ristrutturazione. Pur in assenza di meccanismi istituzionali, rimane comunque possibile ipotizzare un ricorso accresciuto e generalizzato ai meccanismi di con­versione del debito per ridurre il gravame debitorio” (Debito estero, giustizia climatica, Giubileo di Mauro Megliani, in Dizionario di dottrina sociale della Chiesa, Le cose nuove del XXI secolo, Università Cattolica del Sacro Cuore, 2024).

Malgrado le reticenze dei creditori, la riflessione della Chiesa punta ad una riforma dell’architettura politica, economica e finanziaria internazionale come preconizzato da papa Benedetto XVI in Caritas in veritate, e da papa Francesco nella Laudato si’ e in Fratelli tutti.



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