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Il 2 giugno è stata una giornata importante per il gruppo dei giovani “Nuovi stili di viaggio”. Ci siamo trovati nella parrocchia di Caionvico con una trentina di giovani che in estate vivono un viaggio particolare, non con lo stile del turista, ma del missionario che dona e riceve allo stesso tempo, lasciandosi trasformare e mettendosi in gioco in prima persona.

Questi giovani (più di una ventina) si sono incontrati per tutto l’anno, una volta al mese, in vista di una esperienza missionaria estiva di un mese, in un paese d’Africa, Asia o America Latina. Provengono dalle nostre parrocchie bresciane, ma non solo, e lentamente hanno maturato questa idea. Qualcuno potrebbe storcere il naso e dire che vanno a fare “turismo missionario”, spendendo i soldi invece di darli a chi ha veramente bisogno. In realtà, le cose non stanno proprio così. Ho partecipato al loro cammino (c’era anche un comboniano, Claudio e don Roberto del CMD, le suore operaie e le dorotee di Cemmo) e mi sono reso conto che sono giovani che hanno in testa qualcosa, che desiderano scoprire come vivono altri popoli lontani e diversi da noi.

Già questo contatto con i poveri è arricchente perché cambia la vita, o almeno pone le premesse per un possibile cambiamento. E, come sappiamo, l’importante non è cambiare tutto e subito, ma volerlo fare, avviarsi, cominciare un cammino... Il viaggio missionario è così coinvolgente che serve senz’altro a tale scopo. Una volta tornati a Brescia, poi, saranno chiamati a condividere con tanti altri la loro esperienza, riflettendo, facendone un bilancio, individuando gli aspetti positivi e negativi. Fa così bene trascorrere qualche settimana nel Sud del mondo, là dove spesso c’è povertà e abbandono. Tali popoli hanno una straordinaria umanità e capacità di accogliere anche chi non è conosciuto, in questo caso, noi “stranieri” italiani…

Prima gli italiani? Se loro ragionassero così, poveri noi! Per fortuna, questo “virus” egoista ancora non ha intaccato il loro cuore. Passare un periodo, anche breve, in un paese di missione, fa pensare: perché loro vivono così e noi abbiamo tutto? Cosa c’è di sbagliato in questo mondo? Che cosa possiamo fare, concretamente, per cambiare la situazione? Ascoltando le testimonianze di questi giovani, posso dire che tornano trasformati in meglio, più maturi, più umani, forse anche più riflessivi, poiché cominciano a vedere le cose in un modo diverso, dalla parte di chi viene escluso e “scartato”. La missione, insomma, fa bene, cambia la vita e il cuore di chi la vive in prima persona. Può dunque diventare un punto di partenza…

Questi giovani non sono eroi! Sono persone consapevoli dei propri limiti e possibilità. Preghiamo per loro e accompagniamoli con la nostra simpatia, affinché la loro esperienza sia lievito che trasforma il mondo, i gruppi, le parrocchie, i paesi, la società bresciana. Ci proponiamo di intervistarli appena tornano e allora vedrete che avranno tante cose belle da comunicarci. Buona missione!



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