Giovane in mezzo ai giovani, p. Loda in Colombia
Padre Mauro Loda, saveriano di Cellatica (BS), da sei anni è missionario in Colombia. Trovandosi a casa per un periodo di vacanza, ne abbiamo approfittato per farci raccontare la sua esperienza di misisone.
Hai studiato a San Cristo?
Ho frequentato gli ultimi due anni di scuola media, prima che la scuola apostolica chiudesse. Con p. Renato Filippini di Ghedi, ora missionario in Giappone, siamo gli ultimi saveriani bresciani che hanno studiato a San Cristo.
Eravamo una settantina di ragazzi e alloggiavamo qui. Ricordo i momenti di gioco in cortile e il bel clima che si respirava. Tornavamo a casa ogni 15 giorni, oppure venivano a trovarci i nostri genitori e familiari.
Hai conosciuto i saveriani
Sì, li ho conosciuti grazie a p. Bruno Geremia, che era venuto a parlare nella mia scuola, quando facevo la quinta elementare. Ma al momento non ero rimasto colpito. L’anno dopo, p. Geremia è tornato in oratorio e mi ha invitato alle giornate dell’amicizia che i saveriani organizzavano, una volta al mese, per i ragazzi bresciani. Mi piaceva l’idea di stare insieme agli altri, di vivere in comunità. Dopo un campeggio a Rino di Sonico, ho detto ai miei genitori che volevo diventare saveriano.
E adesso sei in Colombia
Sono partito per la Colombia a gennaio del 2000 e lavoro a Bogotà. Sono arrivato in un momento di cambiamento per la missione, quando i saveriani hanno deciso di accogliere le vocazioni locali. È iniziata così un’attività nuova, quella dell’animazione vocazionale per la missione. Mi sono inserito in questo lavoro.
Quindi lavori con i giovani
Una parte del mio lavoro ricalca quello che aveva fatto p. Geremia con me. Visito le scuole, parlo delle missioni, invito i ragazzi ai ritiri e alle giornate di convivenza. Cerco di capire chi è interessato a una vita missionaria. Nel 1998, a Medellin, abbiamo aperto una casa di formazione, dove accogliamo i giovani dopo le scuole superiori.
Che ragazzi scegliete?
Di solito, cerchiamo ragazzi che abbiano una famiglia abbastanza stabile, con cui parlare durante l’anno di discernimento, prima di entrare in seminario. Sono ragazzi che non hanno alle spalle situazioni familiari ...disastrate. È un’attività difficile, ma dà anche soddisfazioni, perché con molti ragazzi s’instaura un’amicizia che continua, anche se non entrano in seminario.
Come sono i colombiani?
In Colombia non è ancora arrivato tutto il benessere che c’è qui. C’è ancora attaccamento a tutto ciò che è religioso. Anche i ragazzi, passando davanti a una chiesa, fanno il segno della croce. Ma è una religiosità di tipo “magico”. Hanno un rapporto superstizioso con il divino. Pensano: “Se faccio questo, Dio mi protegge”. È un aspetto molto radicato, difficile da estirpare. Per diventare missionario occorre avere la giusta idea di Dio. Nei giovani, inoltre, si respira molto la violenza. Sono sempre sulla difensiva: l’altro è un possibile nemico.
La Colombia è proprio così?
Quando arrivi, non te ne accorgi. Poi capisci che le cose sono drammatiche. La violenza principale è per reati comuni. Le armi girano facilmente e la vita non ha valore. Fortunatamente, noi siamo a contatto con persone che ci vogliono bene, ci proteggono, hanno un occhio di riguardo per noi.
Cosa si potrebbe fare?
Investire di più su educazione e istruzione, mentre la Colombia privilegia la difesa (esercito e sicurezza). Il motto è: “devo cercare di sopravvivere a tutti i costi, anche se per farlo mi tocca ammazzare qualcuno”. Le “menti” della Colombia se ne vanno, chi riesce a studiare espatria o entra in una piccola elite.
E la chiesa?
La chiesa è impegnata nel processo di pace, ma ha anche paura. Ci sono situazioni che andrebbero denunciate, gridate; ma siamo nel Paese dove hanno ucciso più sacerdoti. Qualche anno fa hanno fatto fuori anche il vescovo di Cali.








