In Africa Gesù mi aspettava, Intervista a p. V. Bongiovanni
Padre Vittorio Bongiovanni è nato a Bozzolo (MN) 65 anni fa. Dopo aver studiato a Cremona, è diventato saveriano il 3 ottobre 1960 e otto anni dopo è stato ordinato sacerdote. È nipote di un famoso missionario saveriano cremonese, morto in Congo nel 1985: p. Pacifico Fellini. Rosa Maria Fellini, sua sorella era una santa mamma. Insomma, siamo davanti a una famiglia di santi!
Padre Vittorio ha lavorato per molti anni, con entusiasmo giovanile, nell’animazione missionaria e vocazionale presso la comunità saveriana di Vicenza. Ha lavorato così bene “che tutti lo volevano e non lo lasciavano partire per le missioni”, così mi ha confessato un suo compagno vicentino.
Padre Vittorio ha parlato un po’ di sé in quest’intervista rilasciata a un nipote, don Piergiorgio Tizzi, giovane sacerdote cremonese, figlio di sua sorella Milla.
- p. Sandro Parmiggiani, sx
Allo zio saveriano, padre Vittorio, ho rivolto alcune domande. Volevo che raccontasse almeno qualcuna delle sue mille esperienze missionarie, tutte interessanti e vivaci. Mi ha subito detto che gli era difficile contarle e raccontarle tutte, che sono state tutte belle, almeno per lui, e che sperava che anche la sua gente si fosse trovata bene con lui. A loro egli ha dedicato gran parte della sua vita.
Sei stato in Sierra Leone...
Sì, in Sierra Leone ho trascorso 26 anni della mia vita. I primi dieci anni ho lavorato come missionario nei villaggi. Mi avevano mandato in una zona musulmana, vasta come la provincia di Cremona, per iniziare una missione di evangelizzazione. Non c’era nessuna comunità cristiana. Dopo dieci anni di lavoro, se n’erano formate quattordici. Sono arrivato là e ho preso in affitto la stanza di una capanna. Per l’affitto annuale ho pagato due sacchi di cemento, che il proprietario ha usato per fare un po’ di pavimento nella mia stanza: ha fatto chiudere i buchi nel pavimento di terra battuta, da dove entravano certi toponi...
In pratica, cosa facevi?
Tutta la mia attenzione era diretta a creare le comunità di base. Io ho una convinzione: i sierraleonesi devono essere convertiti da sierraleonesi, non da stranieri. Perciò il mio lavoro non consisteva nel riempire bottiglie vuote, ma nello stappare bottiglie e tirare fuori quello che già avevano dentro.
Prima di partire per l’Africa, mi dicevano che ero bravo perchè portavo Gesù tra gli infedeli. E io, povero illuso, ci credevo. Sono arrivato in Africa e, con mia sorpresa, ho scoperto che Gesù era già là che mi aspettava.
Poi cos’è successo?
II vescovo mi ha “punito”, tradendo i miei gusti, e mi ha portato via dai villaggi dove mi trovavo davvero a mio agio. Mi ha nominato direttore del centro pastorale e responsabile della pastorale giovanile della diocesi. Qui il mio compito è stato quello di preparare sussidi di pastorale per le parrocchie e di organizzare corsi di formazione per catechisti, per capi di comunità e per i giovani. Ho imparato tanto, soprattutto ascoltandoli e crescendo insieme a loro. Mi avevano promesso che, al massimo dopo nove anni, mi avrebbero liberato da questo impegno. Invece, in questo ministero sono stato impegnato per ben sedici anni continui.








