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Venticinque anni di vita missionaria

Fratel Luciano Ghini è un saveriano di Brescia città. In Congo da 25 anni, ora lavora nella missione di Luvungi, insieme a p. Gianni Pedrotti, anch'egli bresciano, e ai padri Silvano Benedetti e Stefano Della Pietra, friulani. Due bresciani e due friulani: una buona squadra!

Frate! Luciano segue la costruzione di scuole e chiese nei vari villaggi. È anche responsabile della Caritas. È meccanico di professione, ma fa anche il muratore, perché c'è bisogno. Insomma, ha fatto un po' di tutto nei venticinque anni di vita missionaria in Congo.

Come è adesso la situazione a Luvungi?

Le difficoltà sono tante. Viviamo in una situazione di guerriglia continua; la nostra zona è tuttora occupata dall'esercito governativo e dalle forze di opposizione may-may. C'è sempre qualcuno che bussa alla porta: militari e ribelli ... Si rivolgono a noi e chiedono di tutto: cibo, benzina, denaro ...

Capisco, ma non c'è il rischio di scontentare qualcuno?

Con i comandanti si può discutere; più pericolosi sono i soldati di ventura, che cercano di sembrare persone importanti solo perché hanno un fucile ... Cerchiamo di barcamenarci senza intrometterci e soprattutto senza perdere la nostra neutralità e la pazienza. Noi siamo contro la guerra, ma non parteggiamo né per gli uni né per gli altri. Siamo lì per aiutare chi è nel bisogno.

Come vive la gente?

La gente vive nel terrore. Molti vivono ancora nella foresta. Anche perché a Luvungi c'è una caserma e in Congo vige un'usanza secondo la quale la gente deve mantenere i militari. E non si tratta solo di dar loro da mangiare; si sentono in diritto di entrare nelle case, di impadronirsi di tutto quello che trovano ...

I bambini, poi, sono quelli che ci rimettono di più. Dovendo scappare e vivere in condizioni igieniche terribili, senz'acqua pulita e un'alimentazione adeguata, sono i primi ad ammalarsi. Noi abbiamo anche un centro nutrizionale in cui accogliamo un centinaio di bambini ogni giorno.

Ci sono ragazzi soldato?

Sì, ce ne sono parecchi e sono i più terribili, perché con loro non si ragiona. Ti puntano il fucile addosso; si sentono grandi, importanti. Qualche ragazzo soldato ci chiede aiuto per trovare lavoro e cambiare vita. Ma non si sa come fare, perché non abbiamo denaro e mancano gli aiuti internazionali. Nelle città ci sono vari organismi che distribuiscono aiuti; ma non vengono nella nostra zona, perché ci sono i ribelli.

Come usate gli aiuti che ricevete?

Quando si verificano attacchi ai villaggi, la gente viene spogliata di tutto e si rivolge alla missione per avere cibo, sale, medicine, vestiti ... Nell'ultimo mese abbiamo dovuto distribuire tre-quattro quintali di farina e fagioli al giorno. Tutti i progetti che avevamo sono svaniti di fronte a questa emergenza.

La cosa più importante, del resto, è aiutare la gente a sopravvivere. Inoltre, dobbiamo mandare avanti l'ospedale, per il quale spendiamo  1.500,00 euro al mese, e il dispensario, che ne richiede altri mille.

Ricordi qualche fatto piacevole?

Sono tanti. Non saprei da quale cominciare. Qualche tempo fa, una persona è partita di notte per mettere in salvo il Santissimo che era in chiesa, rischiando la vita. Gli abitanti di un villaggio che era stato distrutto due anni fa e che avevamo aiutato, ci hanno portato un maialino in segno di riconoscenza.

La gente è povera, ma è riconoscente. Sono gesti semplici ma importanti: ci fanno capire che ci vogliono bene. La nostra presenza tranquillizza le persone. Se vedono che ci prepariamo a partire, la gente si spaventa. Perciò dobbiamo stare attenti anche ai nostri spostamenti. Qualcuno di noi deve sempre restare qui con loro.

Sei contento di tornare?

Sì, sono entusiasta. Purtroppo, ho dovuto trattenermi in Italia più a lungo del previsto. Il mio fisico era debilitato. A malaria e polmonite, si era aggiunto lo stress. Non è sempre facile confrontarsi con centinaia di persone al giorno che vengono a chiedere cibo e aiuto. Per non parlare dei militari che si presentano armati di fucile e di coltello.

Anche se non minacciano direttamente, non sono incontri piacevoli.



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