Fotografie e poche righe di diario
Un pomeriggio in Italia, rileggo le pagine di diario degli ultimi mesi e osservo le poche fotografie scattate in questi anni. Parole e immagini che raccontano di Chemba, del mondo contadino in mezzo alla savana, delle donne che vanno al fiume a prendere l’acqua sfidando i coccodrilli, della gioia di celebrare la vita e la fede nelle comunità, di quanto si dorme bene per terra in una capanna, delle capre che sono ovunque e prendono il sole nel campo da basket al mattino presto, dei ragazzi che scavano le fondamenta per costruire la recinzione dell’orto dello studentato, della devastazione delle foreste e del silenzio mortale che fanno gli alberi tagliati, della jeep che, dopo essere uscita miracolosamente dal fango, comincia ad avere problemi al radiatore, delle lezioni di etica alla decima classe ogni lunedì mattina studiando assieme la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, del viaggio in treno stipato in terza classe tra persone e galline, di un sole che tramonta dietro il baobab, di riunioni e incontri con la Commissione diocesana di Giustizia e Pace e con la gente semplice nel tentativo di costruire un Mozambico più giusto e democratico.
Dal diario del 21 maggio, leggo. “Il presidente della Repubblica è a Chemba. È arrivato in elicottero questa mattina e partirà domani alle 8.15, come indicato dal protocollo. Si è portato dietro una squadra di ministri, governatori e sindaci. Se ne partirà con 208 capre, che la popolazione è stata obbligata a… offrire. Di queste 208, ovviamente, nessuna finirà nel cortile della casa presidenziale a Maputo. Tra ieri e oggi sono passati decine di camioncini stracolmi di donne, uomini e ragazzini. Arrivano dalle campagne più distanti, passaggio gratuito per accogliere il presidente. Tutti contadini, gente umile e semplice, che per sopravvivere dipende dalle piogge (sempre più scarse nella savana che si va desertificando), che non sa leggere e scrivere, che da sempre è stata educata con la forza e la paura a tenere la testa bassa e a dire sempre sì. È la stessa gente espropriata delle sue terre e saccheggiata delle sue foreste, che muore per una curabile malaria. E che - beffa grottesca della storia - applaude gli artefici dello scacchiere. Non c’è peccato più grave che ingannare i poveri”.
Poche righe di diario diventano, involontariamente, una pagina di sociologia politica africana. Quando il presidente visita un villaggio è previsto uno spazio nel quale i cittadini possono prendere la parola. La Frelimo - il partito ininterrottamente al potere da 43 anni - sta ben attenta a quello che si dice. E, soprattutto, a registrare i nomi di chi lo dice. Si sapeva che, in quello spazio libero di parole non libere, sarebbe stato proibito parlare, oltre che di foreste, anche di acqua.







