Festa del Saverio con i sacerdoti
Il 3 dicembre abbiamo celebrato la festa del nostro santo patrono Francesco Saverio con la "giornata missionaria sacerdotale". Una serie di circostanze ha reso quest'anno più significativa la celebrazione: l'anno della fede, il 50° anniversario delle missioni "fidei donum" della diocesi di Bergamo (in Bolivia), il 50° anniversario dell'inizio del concilio e anche la celebrazione del sinodo sulla "nuova evangelizzazione".
Abbiamo invitato i sacerdoti della diocesi a partecipare a un incontro con mons. Giorgio Biguzzi, vecovo emerito di Makeni in Sierra Leone. La sua testimonianza è stata molto interessante e attuale anche per la nostra chiesa italiana. Ecco una sintesi del suo intervento, redatta da lui stesso.
- p. Mario Giavarini, sx
Dall'indipendenza dalla Gran Bretagna (1961), la Sierra Leone ha conosciuto ben cinque colpi di stato. Il periodo peggiore sono stati gli anni della guerra civile (1992-2002), con punte di estrema violenza e criminalità. Le cause della guerra erano di natura economica e sociale. Inefficienza e corruzione avevano portato la struttura statale allo sfascio, esponendo la nazione all'ingresso di oscuri interessi stranieri e alla sfiducia dei cittadini nelle istituzioni statali.
La guerra civile e la pace
Per porre fine alla guerra sono intervenuti i governi britannico e statunitense, le Nazioni Unite, il consiglio interreligioso della Sierra Leone e la chiesa locale attraverso la Caritas diocesana e la commissione giustizia e pace e diritti umani. Il trattato di pace fra le forze combattenti è stato siglato nel luglio 1999.
Il consiglio interreligioso, di cui facevo parte, era l'ente a cui si riferivano sia i gruppi combattenti sia gli agenti di pace. Come metodo di lavoro avevamo scelto di mantenerci neutrali; abbiamo cercato contatti regolari con i contendenti, con i governi delle nazioni vicine e con gli organismi dell'ONU perché intervenissero con azioni di pace.
Soprattutto abbiamo approfondito la conoscenza e la coesione tra i membri del consiglio interreligioso attraverso giornate di preghiera e di riflessione, partendo dai rispettivi testi sacri: bibbia e corano. Abbiamo imparato che il dialogo non è tanto un qualcosa da fare, ma un modo di essere che richiede ascolto, ricerca della verità, rispetto per l'altro, giustizia e perdono.
Una chiesa accogliente
Che cosa può suggerire tutto questo alla chiesa italiana? La presenza degli immigrati deve stimolarci ad approfondire la conoscenza dei nuovi arrivati, della loro cultura e religione. La chiesa deve essere una madre accogliente. Quasi tutti vengono in Europa per sfuggire a situazioni di guerra, miseria, oppressione e discriminazione e sono attirati dal miraggio di una vita migliore.
Gli immigrati sono una risorsa, prima che un problema da risolvere. Portano valori culturali, relazioni umane cordiali, fede profonda, voglia di lavorare. Il loro contributo è enorme. Le comunità ecclesiali guadagneranno maggior forza e coesione con l'accoglienza di questa massa umana che avanza.
Sfida e opportunità
In certe leggi e istituzioni italiane ci sono situazioni di razzismo che violano i diritti umani degli immigrati, come negare la nazionalità ai figli nati in Italia. La chiesa potrebbe farsi promotrice di una campagna di educazione all'interculturalità offrendo un'informazione alternativa e un'accoglienza veramente cordiale nelle chiese, oratori e istituzioni ecclesiali. Il grande lavoro della Caritas va continuamente sostenuto e incoraggiato, perché è il volto amorevole della chiesa.
Accogliere il nuovo è una grande sfida e una grande opportunità che darà freschezza e vigore all'opera della nuova evangelizzazione. Auguri a tutti voi, perché possiamo avanzare in questa dimensione di carità e comprensione.








