Facciamo un po’ d’ordine
(di: Nando ed Elena)
Nando e Elena sono “laici saveriani” dalla prima ora, come si suol dire; cioè riconoscono il carisma Saveriano e la spiritualità Confortiana come loro ambito di vita quotidiana. Li ringraziamo per esporci un po’ della loro esperienza famigliare missionaria.
In questo momento storico della vita della chiesa è di moda parlare della famiglia, riscoprendo una centralità così evidente, da far sembrare quasi superflui convegni e sinodi. Noi cristiani Dio lo chiamiamo “Padre” e Gesù è suo “Figlio” (parole di famiglia); il Natale avviene in una famiglia. Vari eventi della vita di Gesù avvengono in contesto famigliare!
È pretendere troppo?
A partire dal concilio Vaticano II, molti aspetti della nostra teologia sono stati riletti “ascoltando” i segni dei tempi, e anche la famiglia ha ritrovato una sua dimensione specifica all'interno dell'unica missione della chiesa: essere segno della presenza di Cristo nel mondo e nella storia. Per essere più incisivi, ci soffermiamo soprattutto sul rapporto tra famiglia e missione. Riflettiamo, perciò, su cosa voglia dire essere “famiglia missionaria” oggi.
“Missionaria” viene definita una famiglia che collabora con i missionari o che ha fatto qualche esperienza, pur breve, in missione. Da una famiglia di questo tipo ci si aspetta chissà quali capacità di annuncio, e non appena c'è da raggiungere “i lontani” - chiunque essi siano - si pensa a… sfruttare queste famiglie, scaricando su di loro l'onere della questione.
Simpatie e limiti
Di fronte a queste grandi aspettative, la famiglia missionaria intensifica il “lavoro” per spiegare ai fratelli e alle sorelle delle comunità parrocchiali che non siamo “specialisti”, ma solo chiamati al carisma del primo annuncio e, nel nostro caso di saveriani, all'interno di una specifica spiritualità: quella di san Guido Conforti.
Certamente cerchiamo di testimoniare la nostra attenzione alle altre religioni e culture, proponiamo di approfondire e affrontare i problemi di altre parti del mondo con diverse iniziative.
Questo ci fa sembrare “originali” e godere della simpatia riservata a ciò che è esotico. Ma affermare che è possibile fare una vera pastorale missionaria sarebbe, per il momento, una forzatura.
Nonostante questi limiti, nel nostro contesto ecclesiale ogni anno promoviamo iniziative aperte alla mondialità ed esperienze di annuncio missionario. In tutto questo, abbiamo sempre avuto il consenso entusiasta dei parroci, una buona accoglienza e una fattiva collaborazione da parte delle comunità.
Poche mura, molte braccia
Nel sociale, poi, una famiglia missionaria vive la tensione tra la testimonianza dei valori di sobrietà e il rischio di non essere compresa, di diventare quasi una realtà aliena, e quindi non significativa. Quando una famiglia è disponibile verso gli ultimi e gli estranei, diventa come una voce fuori dal coro. Questo non è un male; l'obiettivo non è far sentire la propria “bella” voce solista, ma influenzare il coro, perché gusti la bellezza di canti diversi e nuovi.
Tutto questo ha senso se siamo davvero una “famiglia missionaria”. È giusto, quindi, cogliere l’occasione per fare una verifica in famiglia. Al di là dell'elenco delle iniziative che portiamo avanti, dobbiamo ammettere che nulla ci è estraneo e tutto ci interroga; che l'esperienza ecclesiale che cerchiamo di vivere ha poche mura e molte braccia per accogliere; che nelle nostre realtà sociali (lavoro, amicizie, parentela, vicinato eccetera) lasciamo una traccia della nostra fede e della nostra sensibilità saveriana.





