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Don Giuseppe Branchesi, nato il 7 novembre 1938 e ordinato presbitero il 29 giugno 1962, era parroco di S. Maria in Selva, conosciuto da amici e parrocchiani come “don Peppe”.

La sera del 1° maggio, due nuovi ricoverati arrivano alla “Villa I Pini” di Portocivitanova, nel reparto di Medicina Villa Margherita, e conversavano con due infermieri. Il mio compagno di stanza stava parlando con un infermiere: “Luciano, hai saputo che è deceduto don Peppe?”. “Sì, me l’hanno detto poco fa e mi dispiace molto!”. Allora gli ho chiesto se si trattasse di don Peppe, il parroco di Santa Maria in Selva. “Sì - mi hanno detto - lo conosceva anche lei?”. “Lo conoscevo e dispiace molto anche a me”. “Ne parleremo ancora domani. Buona notte!”, ha concluso l’infermiere, spegnendo la luce.

La mattina seguente, Luciano ha raccontato che era della parrocchia vicina a quella di don Peppe. Ma ricordava due episodi significativi dell’aiuto che egli dava al prossimo. Io ho raccontato come lo avevo conosciuto in un incontro di presbiteri nella casa dei saveriani. Me lo aveva presentato p. Alberto Panichella, saveriano marchigiano, nativo di Villa Potenza, un paese vicino a Santa Maria in Selva e Treia: “È un prete simpatico e dinamico, molto attento all’aspetto spirituale e a quello sociale. È un mio amico ed è appassionato di fotografia”.
Come incaricato della pagina delle Marche di “Missionari Saveriani”, ho detto subito: “Allora continua come nostro fotografo”. E una stretta di mano, insieme a un grande sorriso, ha suggellato il nostro patto e la nostra amicizia fino al 2020.

Ogni anno, a novembre, era invitato dai saveriani. Il 3 dicembre veniva per la festa di San Francesco Saverio, la Giornata missionaria presbiterale. E nei giorni immediatamente successivi, mandava via mail le foto dell’incontro con vescovo e presbiteri. Era sempre puntuale e professionale, con immagini appropriate per il nostro giornale, pubblicate puntualmente all’inizio del nuovo anno.

Ma la sua collaborazione con le missioni non si limitava alla fotografia. C’era tutto un coinvolgimento di vita e di pastorale, suo e della parrocchia, che è aumentato con il ritorno di p. Alberto in Brasile, dopo otto anni di animazione missionaria ad Ancona. Per due volte, don Peppe mi ha invitato a parlare a S. Maria in Selva dei poveri e del campo di missione di p. Alberto, in Amazzonia, nell’Alto Solimões, all’inizio del Rio delle Amazzoni. Ora c’è un vescovo saveriano spagnolo, mons. Adolfo Pereira Zon, che ha affidato ai saveriani p. Alberto e p. Pino Leoni la parrocchia di Atalaia do Norte. È una delle più estese e più povere del Brasile, con molti abitanti tra i fiumi, foreste e una decina di tribù indios (compresa quella numerosa dei Tikunas).

Don Peppe, oltre ad aiutare il Brasile, ha sostenuto anche la missione del Togo, in particolare la biblioteca nella scuola di Dapaong. A beneficio del Togo andranno anche i proventi della vendita del libro “Ciao fratello”, scritto sulla sua vita. L’attività sociale, culturale e sportiva l’ha portato a impegnarsi a valorizzare i tempi liberi e la vita associativa. Ha formato la squadra calcistica “Abbadiense” e la squadra di pallavolo, in seguito targata “LUBE”. È stato assistente regionale della Coldiretti, parroco impegnato nel sociale. Il libro su don Peppe è stato definito dal vescovo di Macerata, mons. Nazzareno Marconi, “un mosaico” con i capitoli dei suoi amici, come il cardinale Edoardo Menichelli, compagno di studi al seminario di San Severino, mons. Giancarlo Vecerrica, e il patron della Lube Luciano Sileoni. Don Peppe è stato uno dei 120 parroci italiani strappati dal Coronavirus alle loro parrocchie.                                                                                                                                 

mar Don Peppe e papa FrancescoStavo venendo via da Portocivitanova per trasferirmi a Parma, quando mi è arrivato un nuovo compagno di stanza. Ho fatto in tempo a sentire che si chiamava Luigi, che era stato operaio e autista di camion e che veniva da Treia. Sentendo dire Treia, che è vicina a S. Maria di Selva, gli ho chiesto istintivamente: “Ha conosciuto Don Peppe?”. Lui ha risposto subito: “Era il nostro prete”. I due infermieri che mi conoscevano bene e mi avevano sentito parlarne con ammirazione, hanno voluto verificare e mi hanno preceduto domandando: “Era un buon prete?”. Luigi è rimasto un momento in silenzio perché non si aspettava questa domanda, ma poi ha risposto con convinzione: “Era buono, molto buono”.

Nell’articolo “Ciao Don Peppe, amico della nostra gente”, nella pagina di Macerata del Resto del Carlino, Chiara Sentimenti riporta anche il saluto del presidente della Provincia Antonio Pettinari: “Ricordo quando a Roma le guardie lo inseguirono perché aveva superato la recinzione e si stava avvicinando al Papa. Oggi lo immagino così anche in cielo, con qualche angelo che lo insegue, perché altrimenti non si fermerebbe mai”.
Don Peppe, dinamico e simpatico, appassionato di Gesù, del Papa, del bene del prossimo e delle missioni, ricordati dell’Amazzonia, di p. Alberto e del Togo, delle parrocchie e delle opere sociali delle Marche, di tante persone che ti hanno voluto bene e che ti ricorderanno nell’affetto e nella preghiera, così come noi il 3 dicembre, Giornata missionaria presbiterale, finora immortalata da te e dalle tue belle fotografie.



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