Essere cristiani in Mozambico
La stagione delle piogge quest’anno è passata senza essercene accorti: l’acqua ha deciso di rimanere lassù. È così in tutta la parte centrale e meridionale del Mozambico. Dalle rive dello Zambesi in giù, il giallo è il colore che domina: terra inaridita e raccolti nelle campagne bruciati da un sole impietoso. Qualcuno dice sia El Niño. Qualcun altro ricorda le foreste secolari che c’erano fino a quindici anni fa; il taglio folle di alberi, che vedono la Cina come destinazione privilegiata, potrebbe essere uno dei motivi.
“Gli alberi chiamano la pioggia”, affermano saggiamente i vecchi. Intanto, a causa della sua mancanza, quest’anno migliaia di famiglie stanno facendo la fame.
Piogge e guerra “a bassa intensità”
Ci voleva anche questa. Assieme alla siccità e alla carestia, è pure cominciata la guerra. O meglio, è ricominciata. Dopo sedici anni di guerra civile - terminata nel 1992 con un milione di morti - e dopo venti anni di pace, tre anni fa sono riprese le ostilità, che si sono particolarmente intensificate negli ultimi mesi. La chiamano “guerra a bassa intensità”: si combatte in zone di foresta e scarsamente popolate.
Inoltre, rapimenti e omicidi selettivi di membri dell’opposizione, di giornalisti e magistrati contribuiscono a creare una strategia della tensione che genera paura e immobilizza la parte sana della società. Dopo le elezioni fraudolente di due anni fa, sul tavolo c’è il controllo politico del paese e la spartizione delle sue immense risorse naturali, fino ad ora possedute dall’élite del partito al potere e svendute al capitale straniero.
Ma le pallottole e i morti di una guerra “a bassa intensità” non sono diversi dalle pallottole e dai morti di una qualsiasi altra guerra. Le lacrime di chi piange le vittime e le fosse comuni incontrate nella regione centrale del paese sono lì a confermarlo.
Cristiani “ad alta intensità”
Se le piogge e la guerra sono “a bassa intensità”, i cristiani cercano di andare controcorrente, facendo del loro meglio per vivere il vangelo “ad alta intensità”. In questo anno della misericordia, le comunità cristiane sono “ad alta intensità”. Nonostante il cibo scarseggi in casa, si danno da fare per aiutare le vedove, i malati e i più poveri.
Sono “ad alta intensità” le Commissioni di Giustizia e Pace. A livello di diocesi e parrocchia, denunciano l’usurpazione delle terre da parte delle multinazionali del land grabbing, ma anche il taglio illegale di legname pregiato. Aiutano a vincere la paura, ad alzare la testa e a rivendicare il proprio diritto ad una vita piena. Sono “ad alta intensità” i nostri vescovi, che da tempo denunciano la corruzione, gli abusi di potere e la disuguaglianza nella distribuzione delle ricchezze. Questo è il contesto di fondo che ha prodotto l’attuale, assurda guerra.
La felicità della vita
I vescovi fanno appello alla pace come frutto della giustizia. Mentre qui sta terminando il tiepido inverno africano, dall’altra parte dell’equatore, a qualche migliaio di chilometri di distanza, sta per finire un’estate. Per voi ricomincia l’anno scolastico, per qualcun altro il lavoro. Altri continueranno a cercarlo disperatamente; altri ancora faranno i nonni.
Non lasciamoci trascinare in una vita “a bassa intensità”. Piuttosto, lasciamoci prendere per mano dal vangelo di Gesù e viviamolo “ad alta intensità”. Alla fine, la felicità della vita sta tutta lì.








