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Ernesto e Mariuccia Colombo per il mondo

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Nel suo ultimo viaggio in Africa, papa Leone affermava: “Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni, miliardi di dollari per uccidere e non ci sono risorse per curare ed educare”.

de Ernesto e Mariuccia Colombo in Congo RDDi fronte a un mondo che sembra non essere più cristiano, segnato dalla cultura dell’indifferenza, dal riemergere di nuovi nazionalismi, dall’esasperata ricerca della ricchezza, da un’umanità che si crede onnipotente ma spesso si mostra poco umana - come testimoniano guerre e miserie - c’è ancora chi, con la propria vita, con gesti concreti di pace e con la forza della testimonianza, sceglie di andare controcorrente.
C’è chi, annunciando fraternità e speranza, continua a sognare un mondo migliore e, soprattutto, a renderlo possibile. Tra questi testimoni, nei molti anni che il Signore ha donato loro, in prima linea hanno operato Ernesto e Mariuccia Colombo.

Per dieci volte, hanno percorso il viaggio di collegamento tra Desio e il Congo: 9400 km di missione, di fedeltà, di amore. Viaggi mai semplici: documenti, permessi, attese interminabili, notti insonni su aerei che decollano con il buio. Ogni partenza era preparata con cura, con l’ansia di non dimenticare nulla, di avere tutto, di far entrare tutto e di portare tutto. Erano viaggi accompagnati dalle preghiere e dagli auguri dei figli, dei nipoti, degli amici di questa parte del mondo; ma, dall’altra parte, erano viaggi attesi come provvidenza, come manna dal cielo, come benedizione di Dio.

Eppure, una volta arrivati, il viaggio non era finito. Ad attenderli c’era la Land Rover, scomoda, sempre stipata da persone e da bagagli, che percorre strade - o ciò che alle strade somiglia - che tra sobbalzi e scossoni mettevano alla prova corpo e pazienza.
Infine l’arrivo. Dopo gli abbracci, le grida di gioia, la festa dell’accoglienza, si adattavano nella piccola stanza, spesso condivisa con lucertoline discrete, preziose alleate contro le zanzare. Poi aprivano le valigie, e Mariuccia, con la sua precisione e il suo spirito pratico, trovava a ogni cosa il suo posto.

Il giorno dopo Ernesto era già al lavoro. Accogliere nuovi progetti, valutarne l’utilità, i costi, la sostenibilità; ascoltare le necessità, verificare priorità, scegliere progetti da portare a casa e da presentare agli amici volontari. Ma, prima di tutto, controllava quanto già stato avviato: fatture, cantieri, fotografie, opere realizzate. Così, Ernesto poteva tornare a Desio per presentare a tutti il bene compiuto, per renderlo visibile e condiviso.

È difficile persino calcolare tutto ciò che è stato realizzato: scuole, sedi per piccole comunità, dispensari, strade, scale di accesso, servizi essenziali, lavori nella cappellania universitaria… Missionari e missionarie, religiosi, laici, tutti si affollavano per presentare necessità, progetti, sogni utili alla gente. E loro ascoltavano.
Perché Ernesto e Mariuccia non hanno solo portato aiuti: hanno portato presenza. Non solo opere: hanno offerto relazioni. Non solo risorse: hanno alimentato la speranza. 

Hanno testimoniato che la fraternità non è un’idea, ma una strada da percorrere, anche per 9.400 chilometri, anche per dieci volte di andata e ritorno, anche per una vita intera.



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