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E' morto p. Piero Calvi, una leggenda vivente

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81 anni, 44 passati in Indonesia: un modello per i giovani

Sognava di morire in  Missione, a cui aveva dedicato tutta la vita. Invece Dio gli ha chiesto anche questo sacrificio: lasciare l'Indonesia a causa di un male incurabile che aveva minato inesorabilmente il suo corpo. Ricoverato in una clinica di Como, ha resistito due mesi, sempre circondato dalle cure affettuose del fratello p. Angelo, saveriano come lui e missionario con lui nella stessa missione per 12 anni.

Insieme erano stati ordinati sacerdoti nella parrocchia natale di Corte dé Frati, dal grande vescovo mons. Cazzani, il 1 marzo 1947. Insieme erano partiti in nave nel maggio 1954 per la lontana Indonesia, e insieme collaboreranno per una decina d'anni nelle isole Mentawai, sperdute nell'oceano Indiano da poco aperte all'evangelizzazione. Fratelli in tutto: nella vocazione, nel sacerdozio, nella missione.

Nell'omelia funebre tenuta in Casa Madre, a Parma, il 26 agosto, l'ex Superiore Generale p. Gabriele Ferrari  esaltava in p. Piero "il suo amore per i confratelli, la sua capacità di prolungare una visita per far compagnia a qualcuno, il suo correre senza badare alle condizioni della strada per incontrare un confratello che non stava bene. Era spontaneo in lui essere presente sempre dove c'era uno che soffriva, dove c'era bisogno di una parola buona, pronto a spendere del tempo per gli altri".

Chiamato a fare il Superiore Religioso nel 1965, p. Piero sapeva nascondere molto bene i suoi crucci e manifestarsi con tutti un vero amico del cuore: era diventato veramente il fratello e il padre di tutti. "Aveva una larghezza di cuore straordinaria, fatta di ottimismo, di capacità di comprensione, di empatia e di riconciliazione, e riusciva a risolvere con il cuore e l'intelligenza anche le situazioni più ingarbugliate, e impossibili. Si potrebbe dire che egli non aveva alcun merito, perché riusciva ad andare d'accordo anche con le persone più difficili. Aveva il dono della giovialità: era un uomo che sapeva mantenere e coltivare le amicizie.

Nel 1972, a causa di un grave incidente in cui rischiò di perdere la vita, p. Piero aveva perduto quasi del tutto l'udito, ma non si arrese e scrisse: "Tra le tante chiamate del Signore questa è stata certamente la più solenne e impegnativa. Anche s. Teresa del Bambin Gesù non ha avuto la gioia dell'apostolato diretto, come tanto desiderava. Eppure fu una grande missionaria! Non sarò io un nuovo patrono, perché c'è già s. Francesco

Saverio, ma vorrò essere missionario saveriano entusiasta fino alla morte. Che se dovessi rinascere altre cento volte, altrettante volte vorrei essere del Signore, chiamato a fare il missionario tra i figli di mons. Conforti".

Fedele a questo suo impegno totale e definitivo, p. Piero ripeteva spesso: "Finché posso, voglio restare. Desidero morire in missione". Nonostante la mancanza d'udito, egli cercava di essere vicino ai confratelli e di rendersi utile il più possibile con il suo sorriso e la sua accoglienza fraterna.

Prosegue p. G. Ferrari: "Credo che il segreto di p. Piero stesse in quelle ore di preghiera che progressivamente erano aumentate: dal silenzio della sua sordità era nato un colloquio con Dio. Davanti a questa figura di Saveriano, che cosa ci resta da fare se non ringraziare il Signore che ce l'ha donato, e di chiedergli di far rivivere in noi il suo spirito missionario, di continuare ad essere come lui un segno della gioia, del suo servizio, testimoni di una missione che richiede ogni giorno il dono di noi stessi, la disponibilità a tutti, un amore intenso per la nostra famiglia, e infine una presenza gioiosa e generosa per i poveri che siamo chiamati a servire".



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