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Quando sono diventata cristiana, la chiesa del Giappone, sulla scia del Concilio Vaticano II, stava muovendo i primi passi affinché i laici diventassero più responsabili della missione verso la società. Ero sì diventata cristiana, eppure non riuscivo a sentirmi parte integrante della chiesa. C’è una grande differenza tra i cristiani che, come me, hanno ricevuto il battesimo per scelta personale e quelli che sono stati battezzati da bambini e con il sangue dei martiri di Nagasaki scritto nel loro dna.

Per centinaia di anni, i cristiani di antica data hanno dovuto sopravvivere alla persecuzione e trasmettere il cristianesimo di nascosto, proteggendo la loro fede come si custodisce un bene prezioso. In effetti, in Giappone, fin dopo la seconda guerra mondiale, non c’è mai stata libertà di religione e per i cristiani giapponesi era quasi impossibile esprimere la loro appartenenza al di fuori della chiesa. Che la fede in Gesù Cristo possa affondare le radici nella cultura e nella società giapponese comune è impensabile per loro. Non è così, invece, per quelli che, come me, sono diventati cristiani da poco e vivono nella complessità del mondo presente.

Quando cominciai a ricevere qualche piccolo incarico all’interno della chiesa, mi chiesi, per la prima volta, come mai il cristianesimo in Giappone sembra non riuscire a fare breccia. Le donne giapponesi portano volentieri al collo gioielli e bigiotteria a forma di croce, come fosse una moda, ma per loro quel simbolo non possiede alcun significato di fede, né indica la via dell’amore vissuta da Gesù. Perché in Giappone l’amore universale del cristianesimo possa maturare, c’è bisogno di operare degli innesti sui rami della sua cultura e società. Gli insegnamenti del Concilio non sono stati accolti da tutti gli ambienti ecclesiali, così, per molti cristiani giapponesi di fede antica, l’evangelizzazione coincide con la sola trasmissione della fede all’interno della propria famiglia e si limita a essa. Oggi, però, nel mutato contesto della società giapponese moderna, in cui i mezzi di comunicazione sociale esercitano un influsso enorme, i genitori cristiani non riescono più a trasmettere il tesoro della fede neanche ai loro figli. È un fallimento eclatante per gran parte della chiesa giapponese.
Per quelli invece che, come me, sono entrati nella chiesa di recente e si sono sforzati di capire ciò in cui credevano, studiando la liturgia, la Bibbia e il catechismo, non vi è alcuna paura nel parlare in pubblico della fede in Gesù e a testimoniare di fronte alla società giapponese ciò in cui crediamo e per cui viviamo.

La libertà religiosa in Giappone è stata concessa solo sessant’anni fa. Non è molto, ma è un tempo sufficiente perché, dall’innesto, si possano iniziare a vedere i frutti anche nella chiesa del Giappone. Essi, credo, non matureranno in maniera naturale, come quando un tempo i genitori raccontavano ai figli tutte quelle bellissime storie tradizionali, indicando così quale fosse la direzione giusta per vivere da buoni giapponesi. C’è ancora bisogno di tempo perché il modo di vivere da figli di Dio possa trasformarsi in quella luce che illumina la vita di coloro che nascono e vengono educati in Giappone.



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