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Cari amici, vi chiederete il motivo di questo strano titolo. La risposta è semplice. Per 16 anni ho lavorato in Colombia, andando su e giù per le tre Cordigliere andine. Rientrato in Italia, i superiori mi hanno chiesto di sistemarmi alle pendici delle prealpi Orobie, in quel di Alzano Lombardo.

La prima volta che sono arrivato qui era l'ottobre del 1967. Entravo nella scuola apostolica dei saveriani con un altro compagno di avventure che voi conoscete molto bene: p. Silvano Da Roit. Adesso è toccato a me dargli il cambio, permettendo a lui di tornare nella missione del Giappone.

Le mie... credenziali

In Colombia, quando qualcuno arriva in un posto, prima di accettarlo gli chiedono la “ Hoja de vida ”, cioè una carta di presentazione con tutto quello che ha fatto. Penso che per me tutto questo non sia necessario, anche se è giusto raccontarvi qualcosa del mio passato.

Mi ritengo un bergamasco doc perché sono nato a Cologno al Serio, cinquantuno anni fa. Ritorno ad Alzano dopo ben 39 anni. Sono il secondo di cinque figli. Mamma Giuseppina ci ha lasciato vent'anni fa; papà Sandro, grazie al Signore, sta benino.

Dopo i passaggi nelle varie comunità di formazione saveriana, sono stato ordinato sacerdote nel 1979. Ho trascorso un periodo nella comunità di Vicenza come formatore. Poi ho fatto il salto oltre l'oceano Atlantico, nella lontana Colombia. Qui ho potuto coronare il sogno missionario che avevo coltivato fin da ragazzo. I sedici anni trascorsi in Colombia sono stati i più belli e intensi della mia vita. Ogni tanto, guardando le foto, li ripercorro con la memoria e mi viene nostalgia.

Grazie per il bel regalo!

In questa esperienza missionaria, ho avuto la possibilità di vivere in diverse situazioni sociali ed ecclesiali. I primi tre anni li ho passati a Buenaventura, città portuale sull'oceano Pacifico, dove vivono i più poveri della la società colombiana: gli afro-americani, cioè i discendenti degli schiavi portati dall'Africa durante il periodo delle colonie. Ho visitato soprattutto i villaggi della foresta tropicale.

Altri sei anni li ho trascorsi all'interno del Paese, nella periferia povera di Cali, una città di due milioni di abitanti. Anche qui, miseria e abbandono s'inseriscono in un clima sociale molto violento, come avviene in tante periferie del terzo mondo. Gli ultimi sette anni sono stato a Bogotà, la capitale della Colombia: è un'immensa metropoli di nove milioni di abitanti.

Ringrazio sempre il Signore per il magnifico regalo che mi ha fatto inviandomi in quella nazione e soprattutto per avermi fatto conoscere tante persone così diverse da noi, ma che io considero “la mia gente”.

Sì, ne è valsa la pena

Non è stato facile entrare nel mondo, nella cultura e nelle tradizioni del popolo colombiano. All'inizio è quasi spontaneo vedere solo le cose difficili e negative; è facile criticare tutto. Poi, piano piano, conoscendo meglio le persone, si scoprono ricchezze umane così profonde da rimanere stupiti. Spesso noi missionari pensiamo di portarequalcosa. Ma col passare del tempo ci accorgiamo di una verità: è più quello che riceviamo di quello che diamo.

Dalla Colombia, scrivevo a un amico raccontando le difficoltà e le peripezie che vivevo. Nelle risposte, lui mi chiedeva se valesse davvero la pena rimanere là. Gli ho sempre detto che, nonostante tutte le difficoltà, io ero contento della scelta che avevo fatto. Tornato in Italia dopo sedici anni, ho incontrato l'amico. Mi ha fatto la stessa domanda. La mia risposta è stata identica: sì, ne è valsa la pena e ora ne sono più convinto di prima.

Per me è stata davvero un'esperienza di vita e di fede sorprendente. Non esiterei a ripeterla da domani stesso.



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