Dall'Indonesia, padre Vincenzo Baravalle
Ad un anno dal terribile Tsunami, il padre Baravalle ci scrive sull'esperienza e sulla situazione attuale
Carissimi,
Dopo il maremoto del 26 dicembre 2004, che ha colpito il sud-est asiatico, e dopo il terremoto del 28 marzo 2005, che nell'isola di Nias ha provocato un disastro enorme, sono stato investito da un'ondata di telefonate e di e-mail. Molte richieste di notizie e molte domande sul modo di aiutare le vittime. Mi sono trovato a fare da intermediario con la diocesi di Sibolga per gli aiuti che da tante persone e associazioni sono giunti tramite la Procura saveriana di Parma.
Il lavoro è stato tanto. Ho avuto anche la tentazione di mollare tutto e limitarmi al mio lavoro ordinario. Ringrazio Dio di non averlo fatto. Oggi mi rendo conto che il Signore mi ha fatto capire tante cose. In un angolo della coscienza, come un sussurro, udivo la voce che mi diceva che dovevo imparare da tante persone generose e che dovevo dare anch'io il mio contributo di generosità.
Sono stato a Nias un mese dopo il terremoto. In una settimana, ho raggiunto in motocicletta anche i piccoli paesi delle zone colpite. Ho girovagato in mezzo alle macerie. Ho sostato davanti alle case crollate, dove tante volte ci eravamo riuniti per pregare e per approfondire la fede. Ho visto tante necessità. Con i sacerdoti del luogo, ho discusso sul modo migliore di aiutare. Ma la cosa che più mi è rimasta nel cuore è un'altra: ho visto la solitudine della gente, la rassegnazione, l'assenza di speranza.
“Padre, sono rimasto solo”; “non mi è rimasto più niente”; “non ho la forza per ricominciare”; “cosa sarà dei miei bambini?...”. E si aggrappavano a me piangendo. Ho lasciato piangere. Non ho detto una parola. Ho tenuto nelle mie mani le loro mani e le ho strette forte. Mi è parso di capire che il Signore mi chiedeva di essere lì, semplicemente presente, senza neanche parlare, senza dare la precedenza ai progetti di aiuto.
Sempre, nella disgrazia e nella sofferenza, sale alle labbra il grido di Gesù sulla croce: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Essere lì presente per compatire, per comprendere e per amare. Come Maria e Giovanni ai piedi della croce di Gesù, sapendo di poter fare ben poco, anzi nulla, mentre si avvicina la morte.
La sensazione di essere abbandonati si può vincere solo con una presenza d'amore. Solo l'amore può far rinascere la speranza. Anche l'aiuto materiale ha un senso più completo se deriva da un cuore che ama. Accettandolo, non ti senti umiliato, ma fratello amato. E torni a credere che il Padre è uno solo per tutti e che aiutarsi l'un l'altro è da fratelli.
Con questi sentimenti sono tornato a Nias per la festa di tutti i santi e la commemorazione di tutti i defunti. Abbiamo pregato assieme. Abbiamo parlato di coloro che sono “custoditi” nelle mani di Dio. Ci siamo detti che Lui ha promesso la risurrezione, un cielo nuovo e una terra nuova, senza più versare lacrime... Ho imparato tanto quest'anno e ne ringrazio Dio.
A Nias per Natale qualcuno ha fatto il presepio nella tenda o nella baracca di fortuna. La Messa della Notte santa è stata celebrata sotto un tendone, sul piazzale della chiesa crollata. Poche luci e niente addobbi, come nel primo Natale. Solo pochi panni e qualche dono di pastori. Ma la mangiatoia aveva la forma del cuore dell'uomo e il calore della fraternità.
Signore, te lo chiediamo con tutto il cuore. I tuoi angeli cantino ancora per noi: “Pace agli uomini che egli ama!”.
p. Vincenzo Baravalle, sx








