Dal Camerun al mondo: "Fare del mondo una famiglia"
Il sogno di Conforti mi ha scombussolato
Maurice, 32 anni, è un saveriano del Camerun. È pentato diacono l'8 dicembre scorso, nel santuario Conforti a Parma, dove ha studiato teologia.
Posso riassumere il mio itinerario di fede e di vocazione missionaria con cinque parole: curiosità, distacco, prove, abbandono e partenza
verso il mondo di Dio. I motivi per cui ho scelto questa via sono molti e persi, legati a circostanze, persone e convinzioni che poco alla volta hanno toccato e mutato la mia vita.
Sono anche stato favorito dalla fede viva e dall’amore generoso dei miei genitori, papà Guillaume e mamma Blandine. In questo contesto, il seme della chiamata di Dio non ha avuto difficoltà a germogliare nel mio cuore, proteso già a lasciarsi guidare dall’amore di Dio.
La mano di "sorella morte"
Dopo la scuola media, ho espresso il desiderio di andare in seminario a Douala, in Camerun. Volevo pentare sacerdote, vocazione che mio fratello maggiore Eugène, morto prematuramente per tifo, aveva iniziato a seguire. La mia decisione aveva messo a dura prova la fede della mamma.
In famiglia, abbiamo sperimentato presto la mano feroce di "sorella morte". Avevo tre anni, quando mio papà architetto è morto sul lavoro a soli quarant'anni. Anche due sorelle Blandine e Rachelle sono morte di malaria in tenera età. Mamma lavorava per far crescere gli altri tre figli e non voleva che io, l’unico maschio rimastole, andassi in seminario. Ma non seppe dire di no al Signore e mi lasciò partire.
La curiosità e il distacco
In seminario, intanto, maturava in me la seconda vocazione: pentare missionario e portare il vangelo in terre lontane. Questa seconda vocazione è iniziata con una curiosità. Un missionario veniva spesso in seminario; era una persona simpatica. Un giorno gli chiesi: "Da dove vieni? Dove abiti?". Mi rispose: "Vieni e vedrai". In quel primo incontro, oltre allo spirito di famiglia che si respirava nella sua comunità, una cosa mi aveva scombussolato il cuore: il bel sogno del fondatore dei saveriani di "fare del mondo una sola famiglia".
Si accese in me il desiderio di contribuire a realizzare quel sogno. Ma questo ideale richiedeva un distaccoradicale. È stata una sfida a me stesso: ho dovuto lasciare la mia terra, la famiglia, il paese; rinunciare alle mie ambizioni personali per un ideale più grande.
Non è utopia, è un miracolo
"Fare del mondo una sola famiglia": è utopia o realtà? Oso affermare che è una realtà, che già stiamo sperimentando nella comunità internazionale di Parma, composta da 20 studenti provenienti da sette nazioni. Quando sono arrivato dal Camerun, mi sono meravigliato della persità di razze, lingue, nazioni e culture che compongono la nostra comunità saveriana della teologia.
È una bella sorpresa costatare che tutti noi, venuti da orizzonti e paesi così persi, arriviamo a Parma senza conoscerci e riusciamo a vivere insieme. Per il nome di Gesù, accettiamo liberamente di conpidere lo stesso ideale, di volerci bene, di vivere nella carità fraterna e di parlare la stessa lingua. Questo è un miracolo.
Infatti la chiamata di Dio, accolta con amore, fa di questo grande incontro delle culture una ricchezza inaudita. Nonostante la nostra appartenenza a paesi e popoli persi, nonostante i limiti legati alla nostra natura umana, noi formiamo una sola e unica famiglia, convocata da Gesù e animata dal suo Spirito.
La prova: strada in salita...
Anche Gesù, per fare del mondo una sola famiglia, ha lasciato Nazareth e si è incamminato verso la croce. La missione, infatti, è un percorso che si svolge sempre in salita. E le salite non sono facili per nessuno: esigono costanza, prudenza, coraggio in vista della meta da raggiungere. Ci sono rischi da correre, per godere pienamente la gioia della meta raggiunta.
Anche sul mio percorso di formazione non sono mancati i momenti faticosi, che hanno messo a dura prova la mia fede. Gli ultimi, i più recenti e dolorosi, sono stati quando sono venute a mancare la mamma a seguito di un incidente stradale, e le ultime due sorelle, Annette e Rachelle, che la malattia ho tolto ai loro figli. È stato veramente duro per me.
L'abbandono e la partenza
Tuttavia, alla luce della fede, credo che tutto sia stato opera di Dio, per plasmare la mia vita e perché nessun vincolo mi tenesse legato e mi ostacolasse a compiere la sua pina volontà. Dio mi ha privato di ogni legame di sangue, chiamando a sé i genitori, i fratelli, le sorelle, perché il mio cuore, non più vincolato da affetti terreni, palpitasse tutto per lui e per il suo popolo. Ora desidero donarmi totalmente a Dio con un entusiasmo più maturo.
Ringrazio il Signore per tutto ciò che mi ha donato; la famiglia saveriana che mi ha accolto; tutti coloro che mi hanno guidato e accompagnato su questa via meravigliosa e mi hanno insegnato cosa vuol dire essere cristiani e missionari. A tutti chiedo una preghiera.








