Da Uri al Kenya… la gioia di aiutare
È stata proprio una bella chiacchierata quella con la delegata Zia Peppa e altre persone che collaborano con lei a Uri (SS). Ci dice che i contatti con i Saveriani risalgono a una quarantina di anni fa. Si ricordano in particolare di p. Marzarotto. Tra le delegate, una fra tutte, ha lavorato molto: Maria Antonia. Era molto entusiasta di sentirsi missionaria, offrendo il suo tempo per far conoscere le missioni. Ultimamente, le delegate si sono dedicate anche agli Otto dies a sas animas (ottavario per i defunti), distribuendo le buste. Partecipano ai ritiri di Avvento e Quaresima a Macomer. Ora è arrivato un nuovo parroco. È stato avviato un dialogo, per vedere che tipo di animazione missionaria è possibile avviare.
Tia Busciana (zia Sebastiana) si ricorda che tanti anni fa facevano la pasta in casa e poi la vendevano per aiutare i missionari. Così pure, negli incontri a Macomer, oltre alla pasta portavano anche altri alimenti per fare festa insieme. E i ragazzi di Uri partecipavano agli incontri. Cosa le spinge ancora (nonostante l’età) a lavorare per le missioni? Dicono: “Aiutare gli altri ci dà tanta gioia; p. Marzarotto ci aveva incoraggiato con il suo esempio. Noi continuiamo ancora con i Saveriani che vengono a visitarci e a farci conoscere i problemi di tanti fratelli nel mondo, anche con l’aiuto del giornale”.
L’amico dottor Adolfo Atzeni, ex apostolino di Cagliari ora in pensione, ha pensato bene di occupare il suo tempo e la sua competenza, mettendola al servizio dei fratelli del Kenya. La conoscenza con un medico di Cagliari gli ha permesso di andare lontano. È tutta una catena di amicizia e solidarietà, intorno all’ospedale, gestito dal Cottolengo di Torino. Non era da solo. Altri lavorano con lui, a livello medico come nell’animazione dei bambini ricoverati. Adolfo è un dentista e quindi le suore lo hanno accolto come un dono del cielo. Ci voleva proprio la sua presenza. È rimasto 20 giorni. Nell’ospedale si seguivano in particolare le donne in attesa di partorire e anche i bambini. Ma poi, c’è sempre posto per chi è malato. Alla domanda cosa lo ha colpito e cosa gli è rimasto di questa esperienza, ha risposto: “Vivere in una realtà diversa, semplice; è più quello che ho ricevuto di ciò che ho dato (frutto della condivisione). Porterò con me la povertà delle persone e il sorriso dei bambini (che si dividevano le caramelle, in modo che ognuno ne avesse un pezzettino). Ho visto che si sanno accontentare nella loro quotidianità, a differenza di noi che abbiamo tutto. Insomma, un’esperienza da ripetere. Infine, è stato un bagno di umiltà che mi ha spinto a farmi tante domande e, perché no, a dare un significato più profondo alla mia vita. Non si è mai in pensione. La nostra vita deve sempre essere messa a disposizione dei fratelli”.








