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Storia di una classe giovane

La mattina del 16 marzo di cinquant'anni fa, la chiesa di santa Chiara a Piacenza era gremita di parenti e amici dei saveriani. Il vescovo mons. Umberto Malchiodi stava per ordinare sacerdoti dieci giovani missionari. Io ero tra loro. Il nostro gruppo si era formato a settembre del 1948, in noviziato: un anno indimenticabile.

Noviziato e mare di Romagna

Il maestro, p. Mario Ghezzi, rompeva la monotonia del noviziato concedendoci, ogni mese, una passeggiata di un giorno intero. Le mete non mancavano: le chiese di Ravenna, le colline verso Bertinoro... Ma la meta preferita era il mare. Per raggiungerlo dovevamo percorrere a piedi 23 chilometri. La distanza non ci spaventava. Eravamo giovani e baldanzosi, tanto da permetterci un bagno in mare appena arrivati, una partita a pallone sulla spiaggia e un ultimo bagno prima di riprendere la via del ritorno.

La Romagna, allora, era terra di repubblicani e mangiapreti che ancora ricordavano gli anni trascorsi sotto lo Stato Pontificio. Ricordo un pomeriggio, durante l'ora di passeggio lungo le strade polverose, camminavamo in fila, due per due, bardati con la veste nera. Un signore, impettito sulla sua bicicletta, ci superò e, quando raggiunse la testa della fila, voltò il capo verso di noi e, sempre pedalando, esclamò a gran voce: "Tra Dio e gli uomini non c'è bisogno di intermediari! Giuseppe Mazzini". Scomparve alla prima curva, coperto dalle nostre risate.

Durante la stagione estiva il maestro ci inviava, a due a due, verso le cascine della pianura per raccogliere uova. Un giorno, con un mio compagno, bussai a un portone. Venne ad aprire una robusta contadina. Trovandosi davanti due figuri, impolverati e sudati, intabarrati in quelle vesti nere, chiese con fare burbero: "Chi siete? Cosa volete?". "Siamo missionari, veniamo a vedere se ci può regalare un po' di uova". E la signora, riprendendosi dalla sorpresa: "Alla vostra età dovreste andare in cerca di ragazze, non di uova!". Ma poi, forse presa da compassione vedendoci in quello stato, con fare materno ci invitò a entrare e ci offrì pane e salame. Cuore romagnolo!

Gli anni del liceo in Brianza

Al termine del noviziato, salimmo a Desio, in Brianza, per frequentare il liceo, alloggiati nella splendida villa Tittoni, circondata da un vasto prato. Frequentavamo la scuola in casa, guidati da insegnanti saveriani, tutti laureati. Dopo qualche giorno, ci raggiunse p. Amato Dagnino come padre spirituale: iniziava per lui il lungo percorso di guida spirituale di tante generazioni di giovani saveriani.

Anni di grande impegno nello studio, ma anche di tiratissime partite di calcio e accalorate discussioni sportive. Allora nel campionato italiano spopolava la squadra del Padova di Paron Rocco, per la felicità di Giovanni Didoné (che verrà ucciso in Congo nel 1964) e lo sconforto di noi atalantini. Io, che con l'amico Cima, ero uno dei pochi a tifare Coppi (gli altri erano tutti per Bartali), mi rifacevo con le vittorie del campionissimo nel ciclismo.

Alla fine dei tre anni di liceo, ricordo l'incubo degli esami statali. Come privatisti, allora, si dovevano portare agli esami i programmi dei tre anni e su tutte le materie. Un compito tremendo, che si concluse a fine luglio, quando ci disperdemmo, inviato ognuno in una casa saveriana persa per vivere l'anno di prefettato.

I teologi di "re Guglielmo"

Ci ritrovammo a Piacenza nel settembre 1953 per studiare teologia. Nel frattempo, il gruppo si era un po' assottigliato per alcune defezioni. Tra gli educatori, trovammo anche p. Amato Dagnino: una felice sorpresa e un dono inestimabile. Rettore era p. Federico Fellini, che l'anno successivo partì per il Congo. Il nuovo superiore, p. Eugenio Morazzoni, arrivò accompagnato dalla fama di severità. Un giorno, durante la conferenza, ci affrontò: "Cosa credete, ch'io sia re Guglielmo?". Il giorno dopo, all'inizio del sentiero che portava verso il nostro orto, un cartello stradale portava la scritta, a caratteri cubitali, "Viale Re Guglielmo".

Studiavamo teologia con impegno, ma svolgevamo anche alcune attività nella parrocchie, con i gruppi giovanili. Una rarità in quegli anni pre-conciliari, quando i seminaristi avevano scarse occasioni per contatti con l'esterno.

Come non ricordare le accese sfide sui campi di calcio nelle quali affrontavamo la squadra degli studenti scalabriniani, o quella (meno temibile) dei teologi del collegio Alberoni, avviati verso la carriera diplomatica vaticana? Quella partita vedeva schierati in campo i futuri nunzi apostolici contro i proletari missionari!

Eravamo già diaconi, quando organizzammo una gita in bicicletta. Alcuni di noi chiesero il permesso al rettore di usare qualche moto, imprestateci da amici. Inaspettatamente p. Morazzoni ci diede il permesso, a condizione che non ci allontanassimo dal gruppo. Ma chi se ne ricordava più, quella mattina, con il vento che ci spazzolava le orecchie e in mano una moto sulla quale salivamo per la prima volta!

Travolti dall'ebbrezza della velocità, lasciammo il gruppo dei ciclisti e ci inoltrammo per strade sconosciute. Improvvisamente, ci si parò davanti una curva ad angolo retto. Io non feci in tempo neppure a frenare: tirai diritto, superai il fosso e atterrai incolume in un campo arato di fresco. Cima, che era dietro di me, frenò e finì nel fosso: commozione cerebrale e ricovero all'ospedale. Quella sera p. Eugenio si trasformò davvero in "re Guglielmo": noi, già diaconi, fummo sospesi del sacerdozio.

Ma con il passare dei giorni il buon cuore del Morazzoni prevalse. C'eravamo tutti e dieci, quella mattina di marzo, stesi sul pavimento della chiesa di santa Chiara, quando il vescovo impose le mani su ogni testa, esclamando: "Sei sacerdote in eterno!".

Altri due: p. Lovat e p. Maloney

Con i nostri dieci giovani, ordinati a Piacenza il 16 marzo 1957, ricordiamo altri due saveriani che celebrano i 50 anni di sacerdozio.

Padre Italo Lovat - Saveriano di Campolongo in diocesi di Vittorio Veneto, è stato ordinato sacerdote il 2 febbraio 1957. È stato missionario in Zaire e poi, negli ultimi 20 anni, in Camerun. Nella missione di Benakuma, ha cercato di seguire l'esempio di Gesù, che "faceva e insegnava": portare e rafforzare la fede cristiana e migliorare le condizioni di vita della gente. Ha anche costruito una "cattedrale", inaugurata nel 2006 dal vescovo della diocesi mons. Cornelius.

Sappiamo che i cristiani hanno organizzato una grande festa per celebrare la ricorrenza con il loro missionario. "Ho lasciato fare, perché dimostrano buon cuore", è il commento di padre Lovat. Per regalo, ha chiesto alla sorella l'enciclopedia "I santi nella storia", per servirsene nel ministero pastorale.

Padre Robert Maloney -È la figura "storica" dei saveriani statunitensi (sono sei in tutto). Originario della diocesi di Boston, è pentato saveriano all'età di 24 anni ed è stato ordinato sacerdote l'8 giugno 1957. Due anni dopo è partito missionario in Bangladesh, dove è ancora ricordato dalla gente.

Ha fatto parte della Direzione generale dell'istituto saveriano, a Roma, e si è dedicato in particolare a mettere in risalto l'amabile figura della signorina Celestina Bottego, fondatrice delle missionarie di Maria -saveriane. Padre Bob, amante sfrenato del gelato italiano, è una persona allegra e familiare: lo "zio d'America" dei saveriani.

Messa d’oro in cielo

Tra i celebranti, vogliamo ricordare anche il compianto p. Silvano Zennari, morto il 26 novembre 2005. Il Signore l'accolga nella sua beatitudine eterna.



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