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L’indagine dell’Istituto Toniolo ha evidenziato che, su 150 giovani intervistati, solo 8 hanno risposto che non vi è nulla di bello nel credere. Per gli altri 142 credere dà speranza, permette di non sentirsi soli, di avere un senso per la propria vita.

La ricerca, pubblicata nel volume “Dio a modo mio” curato da Paola Bignardi, ci dice che i giovani sono sospesi tra passato e futuro. Rimangono abitudini, pensieri e comportamenti della religiosità di un tempo, ma si affacciano ricerche e desideri nuovi, che non si esprimono ancora in modelli di vita cristiana compiuti e maturi.

Il Dio dei giovani non ha il volto di Gesù. È anonimo, è un’entità astratta, che tuttavia sentono vicino. A questo Dio ci si può rivolgere in ogni momento, non c’è bisogno di chiesa o riti per pregare.

Una ragazza ha detto: “Mi sento di vivere la mia fede come piace a me, non è necessario andare in chiesa tutte le domeniche per credere, è sufficiente il pensiero”. È come se il percorso dell’iniziazione cristiana non li avesse convinti dell’importanza di un’esperienza comunitaria. E con la chiesa non s’avverte un legame significativo.

I linguaggi della chiesa sono, a parere dei giovani, superati e astratti. Chi è interessato alla chiesa, di solito, ha incontrato persone significative durante esperienze ed eventi. La chiesa, quindi, pare essere coinvolta nello stesso atteggiamento di diffidenza che coinvolge le istituzioni. E al prete si guarda con “benevola indifferenza”. I giovani non riescono a immaginare una chiesa senza preti, ma non ne capiscono la funzione, a meno che qualcuno abbia incontrato sacerdoti capaci di vicinanza e attenzione.

A questo atteggiamento di distanza si sottrae la figura di papa Francesco, verso il quale i giovani mostrano grande ammirazione. Li affascina la sua vicinanza ai poveri, l’impegno per la pace e l’immediatezza del suo linguaggio.

Se ascoltiamo i 142 giovani dell’indagine sembra ci sia comunque una nostalgia di Dio, che non è scomparso dall’orizzonte. È questo il punto di forza per una nuova comunicazione della fede.

I giovani potrebbero trovare aiuti e strumenti per condurre in modo positivo la propria ricerca e la comunità può trovare in loro energie per rinnovare le forme del credere. C’è una vita cristiana da portare allo scoperto; questa è la sfida del futuro.

Fin qui la sintesi di ciò che è emerso dallo studio. E mi pare sufficiente. Non ci sono interpretazioni da dare, perché sono stati i giovani stessi a esprimersi. Siamo davanti a uno scenario nero? No, ma un piccolo allarme è suonato.

I giovani chiedono testimoni credibili, parole vere. Non servono le barriere, gli scontri ideologici. Conta il confronto sereno, non accademico o calato dall’alto in basso. Conta mostrare apertura, ascolto, senza rigidità. È quello che accade nei campi estivi organizzati anche dai saveriani in queste settimane, è ciò che si percepisce nei Grest parrocchiali dove ragazzi, animatori, sacerdoti e missionari hanno collaborato l’uno con l’altro. Si sono dati fiducia reciproca che sarebbe un delitto tradire.

È il senso dell’esperienza di fede vissuta a Cracovia con la Gmg. Abbeverarsi delle parole di un testimone come papa Francesco è bello e importante solo se riusciamo a portare quei messaggi nella vita di tutti i giorni. Questa è la vera rivoluzione.

Il cambiamento non è nei riti, nelle gerarchie, nei dogmi, la rivoluzione sta nel modo in cui viviamo la fede. ​



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