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Conforti: Ci ha insegnato a vivere e a morire

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Tema del "Paginone" di questo numero: " LA MORTE, COMPIMENTO SUPREMO DELLA MISSIONE - Come i missionari hanno vissuto il passaggio all'eternità"

Gli ultimi giorni del beato Conforti, vescovo e missionario. Aveva passato gli ultimi tre mesi del 1928 nel viaggio missionario in Cina: un mese tra i suoi missionari, un mese per andare, un mese per tornare. Per il Conforti, pieno di malanni e con il cuore in disordine, era stato uno sforzo troppo grande.

La stanchezza, anziché attenuarsi, pareva aggravarsi con il passare dei giorni. A chi gli suggeriva di prendersi un po’ di riposo rispondeva con un sorriso: "Ho ancora tanto da fare. Desidero morire sulla breccia".

Sentiva che i giorni che gli restavano da vivere erano pochi e aveva fretta. Volle dedicare gli ultimi tre anni della sua vita, dal 1929 al 1931, fino agli ultimi giorni, alla visita pastorale di tutte le comunità della diocesi di Parma, insistendo sull’importanza dell’istruzione religiosa. Ogni visita era come un addio. Salutava i fedeli dicendo: "Non ci rivedremo più in questo mondo. Ci rivedremo in Cielo".

Ma gli restava ancora qualche cosa da compiere. Si era ricordato della frase del Vangelo: "Se hai la tua offerta sull’altare e ti ricordi che un fratello ha qualche cosa contro di te...". Conforti non aveva niente contro nessuno; non aveva nulla da perdonare; ma ... un fratello, un sacerdote che aveva qualcosa contro di lui, sì, c’era. Bisognava andare a riconciliarsi.

Il sacerdote racconta: "Quel giorno, con aspetto affaticato e affabile, mi disse: ‘Non porti rancore al suo vescovo, che presto non avrà più...’. Rimasi commosso fino alle lacrime. Caddi in ginocchio e il Conforti mi rialzò e mi abbracciò".

Riconciliato con il fratello, visitò i suoi figli più cari: i seminaristi della diocesi e i missionari dell’Istituto. Qui celebrò la Messa e ordinò otto suddiaconi. Al termine, in stanza, disse: "Sono stato bravo, questa mattina...". Spiegò di aver avuto le vertigini durante la Messa e di aver temuto di cadere. Tornato in episcopio, si mise a letto. Era domenica 25 ottobre, festa di Cristo Re.

Venne il medico: si trattava di emorragia cerebrale o forse di un embolo. Tutta Parma era in trepidazione per il suo pastore. Cominciarono ore di preghiera in tutte le chiese e comunità.

Il 4 novembre le condizioni del malato si aggravarono. Chiese che venisse il confessore e che gli fosse portato il Viatico. Quando il sacerdote giunse nella stanza da letto, l’infermo lo pregò di leggere per lui la professione di fede. Ascoltò la lettura con grande attenzione. Poi disse:

"Credo fermamente e confermo la professione di fede letta in nome mio. L’avrei voluta pronunciare con le mie labbra, se non fossi stato impedito dalla malferma salute. Questa fede è sempre stata la norma del mio pensare, questa fede ho voluto sempre predicare in nome e per l’autorità stessa di Gesù Cristo. Vorrei anche poter dire che essa è sempre stata la norma del mio operare, se non fossi conscio della mia profonda miseria e della mia grande debolezza.

In questo momento in cui sto per comparire davanti al tribunale di Dio, chiedo perdono al mio venerando clero ed al mio popolo di tutte le mie manchevolezze, di tutte le mie colpe, assicurando che la norma del mio pensare fu sempre la fede degli Apostoli, la fede della Chiesa".

Poi soggiunse in preghiera: "Signore, salvate il mio clero e il mio popolo dall’errore e dalla miscredenza! Signore, salvate la fede al mio popolo!".

Ricevette il Viatico con profonda devozione. Poi chiuse gli occhi e rimase raccolto in una lunga, silenziosa preghiera. Nessuno osava interrompere quell’estremo colloquio del Ministro con il suo Re, nell’ultimo incontro su questa terra.

Arrivò il telegramma con la benedizione del Papa, che egli aveva tanto amato. Se lo fece rileggere più volte. Ormai tutto era compiuto.

Si assopì profondamente. Ogni tanto si riprendeva e muoveva le labbra. Si udì, distinta e gioisa, questa parola: "Vedrò Dio, il mio Salvatore".

A sera, avvertendo il suono delle campane, pronunciò il De profundis, come era sua consuetudine. Al medico, che gli tastava il polso, domandò: "Come andiamo?". "Coraggio, Eccellenza. Guarirà, guarirà" - rispose il medico.

"Se Dio vuole, se Dio vuole - mormorò l’infermo - Sia fatta la volontà di Dio". Poi disse: "Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore".

Tutta la notte i giovani dell’Azione cattolica vegliarono come guardie fedeli alle porte dell’episcopio. Al mattino del 5 novembre, fu aperto il portone per permettere alla gente di passare davanti al letto dell’infermo. Passavano muti e piangenti, come se si fosse trattato di un proprio familiare.

Verso mezzogiorno, il malato ebbe uno sbocco di sangue. Restarono accanto solo i più intimi. Con voce fioca, disse: "Vado col Re dei re". Furono le sue ultime parole. Poi, quasi senza che ce se ne accorgesse, spirò. I presenti non riuscirono a trattenere il pianto.

Erano le 13,53 del 5 novembre 1931. Il vescovo Conforti aveva 66 anni e sette mesi.

Nei giorni precedenti, la pioggia era caduta ininterrottamente; ma il pomeriggio del funerale, inaspettatamente, la pioggia cessò. Il popolo commentò: "Al prim miracol al l’ha fatt col temp! - il primo miracolo l’ha fatto col tempo!".

Il vescovo di Cremona mons. Giovanni Cazzani, terminò l’omelia dicendo: "Questo vescovo ci ha insegnato a vivere, a lavorare, a patire, a morire".

  • p. Augusto Luca, sx Tratto liberamente dal suo volume "Sono tutti miei figli"

"Mons. Conforti ha dimostrato, dandone viva testimonianza, che non si può essere autentici battezzati, religiosi, sacerdoti, vescovi senza sentirsi profondamente missionari".

  • mons. Amilcare Pasini, vescovo di Parma.


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