Sono tutti cammini di pace…
Il 31 dicembre si è svolta, nel centro storico di Ravenna, la marcia della pace in otto tappe, per “globalizzare la fraternità” e superare la “globalizzazione dell’indifferenza”. Era con noi anche l’arcivescovo mons. Lorenzo Ghizzoni.
Il papa propone la fraternità come via della pace, eliminando le schiavitù moderne. La marcia della pace è stata un’occasione di dialogo fra le comunità cattoliche, ortodosse, islamiche, laiche della città, tra differenti etnie e culture, generazioni e religioni.
Chiese e luoghi del disagio
Siamo partiti dalla chiesa ortodossa russa, “Protezione della Madre di Dio”, e siamo arrivati alla stazione, da dove partivano i treni dei braccianti e dove oggi arrivano i nuovi migranti. Siamo passati davanti ai giardini Speyer, luogo di incontri a rischio per devianze esistenziali, e dalla chiesa ortodossa rumena di San Giorgio. Due chiese ortodosse in città ricordano il dialogo ecumenico tra cattolici e ortodossi, ma anche la divisione storica culturale che continua.
In zona si trova la sede della cooperativa “La casa”, centro ravennate di solidarietà per la prevenzione e riabilitazione dalla tossicodipendenza.
La città, la cultura e il “grazie a Dio”
In piazza del Popolo (quarta tappa) c’è stato l’incontro con le istituzioni pubbliche, mentre la tappa in piazza San Francesco, per la presenza della vicina tomba di Dante, ha ricordato l’incontro con il vasto mondo culturale.
Con la sosta all’Opera di Santa Teresa del Bambino Gesù, abbiamo reso omaggio a un importante ente della carità solidale di Ravenna. La casa circondariale e la sede della Caritas sono un abbinamento geografico di due strutture molto diverse, ma che indicano l’amore come via di rinascita a una nuova vita.
La marcia è terminata con la Messa e il suggestivo canto del “Te Deum” in cattedrale, perché abbiamo bisogno di ringraziare Dio, che ci dà la vita e ci incoraggia a uscire dalle schiavitù moderne.
Nel nome di suor Bakhita
A Forlì, il 1° gennaio 2015, la marcia della pace si è svolta con il vescovo e la consegna alle autorità e ai fedeli del messaggio di papa Francesco,
“Non più schiavi, ma fratelli”. L’auspico è la costruzione di una civiltà fondata sulla pari dignità di tutti gli esseri umani, senza discriminazioni.
Ne è un bell’esempio la storia di suor Giuseppina Bakhita, la santa del Darfur in Sudan, rapita da trafficanti di schiavi e venduta a padroni feroci fin dall’età di nove anni, e poi, attraverso dolorose vicende, diventata “libera figlia di Dio”, mediante la fede, la consacrazione religiosa e il servizio agli altri. Questa santa è anche oggi testimone esemplare di speranza per le numerose vittime della schiavitù e può sostenere gli sforzi di chi la combatte.
Un salto indietro nella storia
Nel centenario dell’inizio della prima guerra mondiale, ricordiamo mons. Conforti, che il 4 agosto 1914 scriveva al clero e al popolo di Parma: “…È cosa veramente deplorevole che dopo 19 secoli di cristianesimo, legge santa di giustizia e di amore, di fratellanza e di libertà, si abbia ancora a ritenere come una necessità ineluttabile la guerra, e si reputi indispensabile definire le questioni e le divergenze che insorgono tra popolo e popolo, tra nazione e nazione, con la spada e con il fuoco dei cannoni!“.
"Voliamo la pace”, ha scritto un soldato su un sasso in una trincea e in una lettera, con un errore di ortografia voluto, per evitare l’accusa di disfattismo e la censura. Indica il grande desiderio umano: “Volare... verso la pace”. Un desiderio ancor oggi difficile da realizzare, perché è un volo ostacolato.
Papa Benedetto XV con la frase “inutile strage” nella lettera del 1° agosto 1917, rivolta "ai capi dei popoli belligeranti", ha messo in evidenza l’assurdità della guerra e le responsabilità dei governi per il suicidio dell'Europa civile, oltre a dichiarare “superata” la tradizionale idea della guerra giusta.







