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Conferenza di T. Caffi, Il ''kitambala'' delle donne congolesi

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La saveriana Teresina Caffi nel suo ultimo "safari" in Sardegna, da Buddusò a Cagliari, passando per Macomer, ha attirato la nostra attenzione con la spiegazione dell'uso del "kitambala" da parte delle donne congolesi. È un pezzo di stoffa robusta, multi-uso, utile per portare sulla testa i prodotti dei campi o per tenere i bambini sulla schiena mentre le madri lavorano e camminano.

Violenza e solidarietà

In Congo, purtroppo, "donna" significa anche violenza. Infatti, negli anni della guerra nel Kivu meridionale, lo stupro è stato usato come un'arma. Attraverso lo stupro, si è cercato di demolire totalmente la persona e la sua dignità, considerandola un oggetto da possedere e da usare.

Tante donne hanno resistito e sono riuscite a non lasciarsi violentare, a prezzo della morte. E proprio tra le donne si è instaurata una forte solidarietà. Nel 2003, nel 54° anniversario della dichiarazione dei diritti umani, le donne del Kivu meridionale hanno creato un'organizzazione contro le violenze sessuali.

Nella zona di Uvira hanno cominciato a riunirsi e a parlare, a offrire cure, ospitalità e comprensione. Con discrezione sono stati contattati i famigliari, per una presa di coscienza collettiva. Anche a Bukavu è avvenuta la stessa cosa, con l'aiuto di varie associazioni cattoliche e civili.

La compassione dei poveri

Se tanta gente è sopravvissuta alla guerra, lo si deve proprio all'aiuto eroico e discreto delle donne, che hanno tenuto viva la compassione in situazioni dove regnava la disumanità. Il sostegno reciproco ha dato alle donne il coraggio di denunciare i loro stupratori. Anche la legislazione congolese si è fatta più severa.

Tuttavia non mancano gli ostacoli: la vergogna di fronte al marito e alla famiglia, la vergogna ai propri stessi occhi, l'impossibilità di risalire all'identità dello stupratore, e la beffa del rimborso (il violentatore versa una somma di denaro alla famiglia della ragazza e acquisisce il diritto di averla in moglie).

Ma c'è anche tanta compassione tra i poveri. Nel 2009, i ribelli avevano ucciso il marito e un figlio, e avevano violentato la madre. Questa donna, malata di Aids, sopravviveva con i sei figli a Bukavu, misurando al grammo il cibo, per risparmiare e pagare l'affitto. Ma da alcuni mesi era inadempiente, e il padrone la fece uscire di casa, costringendola a vivere sulla strada con i figli. Li vide una donna che andava al mercato. Al ritorno, disse loro: "Prendete le vostre cose e venite a stare a casa mia". In attesa che la comunità cristiana trovasse per loro una sistemazione, li accolse in una stanza della sua casa.

Il grazie di suor Teresina

Tornata a Parma dopo il "safari" in Sardegna, suor Teresina Caffi ha scritto una letterina per ringraziare: "Cari fratelli, grazie dell'accoglienza fraterna a Macomer e dell'opportunità di parlare a tante persone, che ho sentito animate da fede e spirito missionario, vissuti spesso nelle tribolazioni della vita. Il Signore ne conosce il valore e ci edifica attraverso di loro.

Grazie per la vostra fraternità e per l'impegno quotidiano per il regno di Dio, anche voi non senza tribolazioni. La forza e la gioia del Signore Gesù vi accompagni sempre".



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