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Il mio nome è Samuele, ho 18 anni e nell’agosto scorso sono stato in Thailandia insieme a un gruppo di giovani tra i 18 e i 33 anni provenienti da tutta Italia. Accompagnati da p. Pandri, avevamo una cosa in comune: la voglia di metterci a disposizione.

Prima di partire, ogni volta che spiegavo a qualcuno cosa avrei fatto, mi veniva chiesto: “Ma cosa farai di preciso?”. La realtà è che nemmeno io lo sapevo bene, ma sapevo una cosa: avevo bisogno di andare in missione. Ho messo in gioco me stesso al 100%, partendo con poche cose dentro la valigia: un cuore aperto e una mente vuota. Sapevo che per poter vivere appieno l’esperienza non dovevo possedere pregiudizi o pensieri su ciò che avrei visto, fatto e mangiato e così è stato. Senza pensarci troppo, sono arrivato da padre Alex Brai a Bangkok con gli altri ragazzi di cui sapevo molto poco, ma che pian piano sono diventati come fratelli.

La casa a Bangkok era stupenda. C’era un clima di convivenza unico che faceva convivere ragazzi italiani con francesi, brasiliani, messicani e thailandesi. Ho conosciuto persone stupende che mi hanno aiutato molto, soprattutto i primi giorni per ambientarmi e mi hanno sostenuto nei momenti più difficili. Il primo impatto con la realtà che mi circondava non è stato semplice. Nonostante conoscessi certi aspetti, quando li ho visti con i miei occhi mi sono sentito sprofondare in me stesso. Senza i miei compagni so che sarebbe stato molto più difficile.

Entravamo nelle case delle baraccopoli di Bangkok (sono 44 e hanno tutte dalle 500 alle 2.000 persone, la comunità dei saveriani lavora per ora in 22 di queste), portavamo alla gente prodotti utili per la vita quotidiana e ci fermavamo a parlare con tutte le persone, seduti a terra senza scarpe in pavimenti che non erano poi così puliti, ma ai quali non davi molta importanza. Le persone ci parlavano della loro vita, della loro famiglia, di cosa facevano per vivere e come passavano il tempo. Erano emozionati di parlare con noi, in particolar modo gli anziani che il più delle volte non hanno nessuno con cui parlare. Il fatto che noi eravamo lì per loro li riempiva di gioia e non posso negare che ciò riempiva di gioia anche me.

Le mattine le passavamo nelle scuole ed ho avuto così l’occasione di conoscere i miei coetanei. La situazione era un po’ strana. Nonostante avessimo la stessa età, stavo cercando di fare insieme a loro una lezione di inglese che riguardava i problemi della società thailandese. Mi sono reso conto di quanto sia piccolo il mondo. Nei loro problemi io vedevo i miei problemi, quelli dei miei amici e della società italiana. D’altra parte, vedevo i loro sogni, la loro voglia di fare, di mettersi in gioco per il futuro, di cambiare le cose e questo mi ha legato a loro con un’empatia particolare. Anche se la lingua a volte ci divideva, capivamo che eravamo molto simili.

Il tempo che rimaneva lo spendevamo con i bambini. Siamo stati negli asili, nei parchi, li abbiamo portati in piscina e avevamo sempre qualche attività nuova da fare. Quando eravamo stanchi, era la loro energia a caricarci. Il momento più bello della missione lo associo proprio ad una bambina. Aveva 4 anni, la più piccola del gruppo, ed era la prima o forse la seconda volta che vedeva una piscina. Come se nulla fosse lei si tuffava in acqua come una nuotatrice esperta, insieme ai braccioli che le avevo appena messo e un costume nero e giallo che la faceva sembrare una piccola ape. Una volta entrata in acqua però si accorgeva che non sapeva come tornare al bordo, ma non aveva paura. Credo vedesse in me una figura sicura, della quale fidarsi. Mi guardava e allungava le mani come a dire “dai ora vieni a prendermi che voglio rifarlo!”. Poi, mentre mi imitava quando nuotavo, tornavamo a bordo piscina insieme.

Dopo 5-6 tentativi, aveva già imparato il meccanismo per nuotare a dorso. All’ultimo tuffo, prima di tornare a casa, io ero lì con lei e nuotavo ad occhi chiusi. Quando li ho riaperti, l’ho vista che stava ad occhi chiusi, come me, mentre mi abbracciava. Non so descrivere bene quella sensazione, ma mentre lei grazie a me non andava sott’acqua, il mio cuore grazie a lei prendeva il volo. 



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