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Luisa Gori, saveriana friulana originaria di Tarcento, ha passato la maggior parte della sua vita in Giappone. Ci racconta un lungo cammino e la sua gioia nel ripartire.

Il 1965 è stato l’anno della mia prima partenza. Il Concilio era appena concluso: un tempo di grandi attese e profondi cambiamenti. In una cultura secolare diversa dalla nostra, come quella giapponese, in un mondo ricco di tanti valori ma privo della luce della speranza cristiana, solo poco a poco abbiamo scoperto la novità e la freschezza che i documenti del Concilio donavano al nostro annuncio.

Scambi, incontri e attività

Oggi parto certamente con più coraggio ed entusiasmo di allora, nella gioia di incontrare nuovamente tante persone amiche, molte delle quali hanno avuto la grazia di credere e desiderare il battesimo. La parrocchia in cui sono inserita fa parte di un’unità pastorale costituita da tre parrocchie, con la ricchezza di scambi e attività che questo comporta.

Un’altra straordinaria occasione di annuncio è l’insegnamento a studentesse non cristiane che frequentano l’università Cattolica. Da molti anni posso trasmettere loro il fondamento della speranza cristiana, nei confronti dei problemi che nessuno può eludere, e cioè: il dolore, il male, la morte.

La stima per la moglie

L’amicizia è sempre qualcosa che ci arricchisce. È soprattutto nell’incontro con l’altro che si capiscono mentalità, tradizioni, modi di rapportarsi con gli altri, stili di vita, valori...

Quando poi si è con fratelli e sorelle cristiani, ci si sente in famiglia. Penso al signor Nogami, ora più che ottantenne. Ha curato la moglie malata per oltre otto anni.

Dopo che il Signore la chiamò a sé, una domenica il sacerdote lo invitò a dire qualcosa di lei ai cristiani. Ne parlò con tanta stima e commozione che non ci accorgemmo del tempo che passava: più di quaranta minuti! Quando nasce qualche problema, ci viene spontaneo rivolgerci a lui, per la sua saggezza, modestia e bontà.

Il fascino di Gesù!

E il signor Nitta? Da bambino aveva frequentato una chiesa protestante. All’università aveva partecipato a un gruppo di studio della Bibbia, ma solo due o tre volte, perché sentiva che avvicinarsi a Gesù diventava “pericoloso”: troppo forte il fascino che emanava.

Vent’anni dopo, cominciò a venire spesso alla Messa domenicale. Quando il parroco gli propose di studiare più profondamente il cristianesimo, Nitta aderì subito: è stato battezzato ed è tuttora per noi un punto di riferimento sicuro.

Efficienza e sfide

Tanti sono i problemi che la società e la chiesa in Giappone devono affrontare. La straordinaria efficienza di tutti i servizi sociali facilita un alto tenore di vita e un ottimo livello di sicurezza.

Ma al contrario, produce un alto numero di persone che per motivi vari non riescono a stare al passo: persone senza fissa dimora, con problemi mentali, suicidi, bullismo, bambini e ragazzi che si rifiutano di andare a scuola, famiglie disgregate. Una sfida è anche la denatalità rispetto all’alto numero di anziani.

Perché parto ancora

In Giappone, si è soliti andare al tempio shintoista a chiedere una benedizione per i neonati, al tempio buddhista per i funerali, e magari sposarsi con un rito cristiano. Tutto questo però ha poco a che vedere con la fede: sono solo consuetudini.

È per questo che riparto per il Giappone. Mi commuove sempre pensare che “vangelo” vuol dire “buona notizia”.

Vado per portare questa novità assoluta, puro dono di Dio.

Vado perché questa novità è sorgente di una speranza che “tiene” di fronte a qualsiasi traversia, ed è forza che ci dà la capacità di perdonare e amare perché abbiamo sperimentato che Dio ci ha amato e perdonato per primo.



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