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Ci scrive p. Fernando Abis di Selargius (CA)

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Carissimi confratelli e amici tutti, vi scrivo tra una sciagura e l'altra di questa Indonesia. Colgo l'occasione per ringraziarvi ancora della fraternità goduta presso di voi lo scorso settembre. Le catastrofi di qui non le vivo tutte in prima persona: ci sono quelle sociali, politiche, economiche e saveriane. Di esse per il momento devo affrontare quelle interne alla nostra teologia saveriana indonesiana, le altre sono un appello continuo alla vigilanza, alla solidarietà e all'essere preparati.

Veniamo al sodo: dove mi trovo io si sta abbastanza bene, se non si parla di quelli che hanno perso il lavoro e che devono vivere di espedienti sperando in un domani migliore. Qui a Yogyakarta c'è tanta povertà, ma per fortuna non ci sono disordini e altri avvenimenti dolorosi. C'è però paura: è di questi giorni la notizia che gli studenti e i docenti stranieri pensano di rimpatriare per una vacanza di almeno un anno.

Cos'è che fa avere paura? La lotta per il potere, lasciato vuoto dall'ex presidente Suharto, ha spinto personaggi oscuri a servirsi dei disordini per ristabilire lo status quo o per salire sul palco come salvatori. Tra poco ci saranno le elezioni, con 48 partiti ammessi (e 61 esclusi) e si teme che qualcuno farà di tutto per mettersi in luce o per far fallire le elezioni stesse. Gli studenti, che hanno forzato Suharto a lasciare, non sono contenti di come si sono evolute le cose; ma esercito e polizia hanno imparato a reprimerli al primo tentativo di manifestazioni e marce.

I gruppi religiosi hanno paura, altri vorrebbero conquistare più peso nella vita politica; la miscela è esplosiva e allora c'è chi ha provato a appiccarvi fuoco. A Giakarta in novembre, poi a Timor, quindi alle Molucche e nel Borneo. Sono tutte isole lontane da qui. La più lontana è Ambor nell'arcipelago delle Molucche a tremila chilometri e tre fusi orari di distanza; ed è lì che da due mesi si continuano ad avere scontri razziali e religiosi, incendi e morti.

La gente vive di paura, e forse anche di rancori e sospetti, ma continua a dire che per loro la cosa più importante è convivere in pace. Ma c'è chi dice che ... , chi incita a ... , e allora i pacifici si scatenano e i morti non si contano con migliaia di fuggitivi. Forzatamente non si può far niente per loro, soprattutto per riportare la pace, ma mi piacerebbe fare qualcosa.

Timor Est è in balia delle lotte tra i fautori dell'indipendenza e quelli dell'integrazione, con larghe autonomie. Intanto i viveri scarseggiano e le comunicazioni telefoniche sono sempre più limitate. Uno studente timorese è venuto ieri a salutarmi, perché i genitori gli hanno detto di rientrare; doveva viaggiare in tutta fretta, e non so se per entrare in clandestinità o per proteggere la sua famiglia che aveva bisogno di aiuto. Noi speriamo per il meglio, ma mi faccio coraggio per spingere gli studenti a suo tempo, o già ora, a far la nostra parte.

Qui ci sono Sudarmanto, Yulius e siamo collegati con i due diaconi a servizio pastorale nelle missioni di Sumatra, il diacono Natti e il diacono Suhud. Altri quattro studenti ci hanno lasciato, durante il cosiddetto ottobre tragico. Ai molti interrogativi si hanno risposte profetiche e portatrici di pace e fratellanza, ma anche risposte codarde, inutili e dispersive: quale la mia risposta e quella dei Saveriani di qui?

Alla vostra preghiera e alla nostra, la risposta di qualcosa di bello per il domani del Regno. Preghiera e disponibilità conseguente mi hanno dato l' opportunità di fare qualcosa. Ho celebrato la festa di don Bosco con gli studenti timoresi qui a Yogyakarta. È stato un contatto di simpatia, di incoraggiamento e di fratellanza palpabile, per cui non so neanch'io come mi sono trovato con loro a parlare del loro futuro e progettarlo con il "nostro" futuro. Morale: ho fatto l'abbonamento al loro nuovo settimanale e al tabloid, pagando in rupie e ricavandone l'assistenza alle messe insieme ai nostri teologi. Simpatia, solidarietà, rupie, sacramenti: tutti nomi del cammino della mia missione, progettata dallo Spirito, come mi pare.

Dopo di ciò ho fatto il mio viaggio a Giakarta, ed ora eccomi qui, reduce dalla celebrazione che ha consacrato diacono lo studente saveriano Antonius Suhud Budipranoto. Il mondo saveriano si arricchisce di colori e noi ne siamo già parte: come crescono i giovanotti di Cagliari? Vi saluto tutti caramente, Saveriani, amici e studenti.



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