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Anno del Rosario: Vivere la missione con il cuore di Maria

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Missionari attivi, con il rosario in mano

Ricordo bene. Ogni sera, nei mesi di maggio, ottobre e novembre, a casa si recitava il rosario. Anzi, “si cantava”. Così diceva papà, in buon dialetto veneto: “Dai, mette’ tutto via, che cantemo rosari”. Stanchi per la lunga giornata di lavoro nei campi, dopo cena attorno alla grande tavola, inginocchiati sulla sedia, “cantavamo” il rosario.

Intonava papà, rigorosamente in latino; si procedeva con un ritmo ad alta velocità, a due cori: lui e tutti noi. Poi, il Salve Regina, le litanie, le preghiere della sera, la buona notte.

Papà andava subito a letto, perché si alzava presto, a mungere il latte e accudire alla stalla. Le donne lavavano piatti e pentole, piegavano i panni, rammendavano; gli uomini sbrigavano qualche altro lavoro in casa o dentro la stalla; noi ragazzi tiravamo fuori libri e quaderni per prepararci alla scuola del giorno dopo.

A volte, a noi bambini pesava, ma non c’era modo di sottrarci a questo impegno di preghiera mariana. Anzi, al tempo di castagne, ci tenevano buoni: “Chi non canta rosario, niente castagne!”.

A parte tutto, quel ricordo della famiglia intera - genitori, figli e nipoti - radunata in cucina attorno alla tavola per pregare, è un ricordo indelebile. Ogni volta risveglia nell’anima un’emozione profonda. Era bello. Ci dava un senso di pace.

I tempi sono cambiati...

Storie d’altri tempi, d’accordo! Il mondo è cambiato. Oggi ci sono altri ritmi, altre esigenze... È vero.Il cardinale Tettamanzi è finito sulle pagine dei giornali per aver detto una cosa vera: i bambini di oggi vanno a catechismo senza saper fare il segno della croce. Una constatazione. Sanno tante cose; non sanno il segno della croce; imparano di tutto, non le preghiere. Forse, i genitori non pregano più. Come potrebbero insegnare ai figli?

Allora? Oggi, bisogna che ci ri-educhiamo alla preghiera in famiglia. Come?

Nel modo più semplice: pregando. Infatti, s'impara facendo.

Possiamo ri-cominciare anche dal rosario. Non tutto intero. Gradualmente, un mistero al giorno: un mistero della vita di Gesù, letto dal vangelo o raccontato a voce; un Padre nostro, dieci Ave Maria, un Gloria, un Angelo di Dio e... la buona notte.Farebbe bene ai bambini; farebbe bene ai genitori; farebbe bene alla famiglia intera.

E se i figli non ci stanno? “Chi non canta rosario, niente castagne!”. Un piccolo ricatto, a volte, può funzionare. Ai miei tempi funzionava.

Suor Nirmala: con la corona di Madre Teresa

Suor Nirmala è succeduta a Madre Teresa nella guida delle missionarie della carità. Ha detto:“Io sono nata in una famiglia indù. Conservo la memoria di quella cultura, ma so che solo Cristo è la verità.Ho fatto esperienza che la carità, unita alla preghiera, è la strada della pace. 

Non bisogna mai stancarci di pregare. Madre Teresa ce lo ha insegnato con la sua stessa vita. Teneva sempre in mano una corona del rosario, sempre. È l’eredità cha ha lasciato a me, superiora della Congregazione, ma anche ad ogni suora e ad ogni persona che entra in contatto con la sua testimonianza.Madre Teresa ci ha testimoniato che preghiera e vita sono la stessa cosa. Ci ha fatto vedere che la corona del rosario appartiene al nostro corpo e alla nostra anima. Ecco perché la pace dipende anche da noi”.

Cardinale Van Thuan: l’Ave Maria del prigioniero. Il cardinale Van Thuan, morto a Roma il 16 settembre 2002, è stato un “un esempio luminoso di coerenza cristiana sino al martirio”. Raccontava::

“Quando le miserie fisiche e morali in carcere diventavano troppo pesanti e mi impedivano di pregare, allora dicevo l’Ave Maria. Ripetevo centinaia di volte l’Ave Maria. E Maria non mi ha mai abbandonato. Mi ha accompagnato lungo tutta la marcia nelle tenebre delle carceri... Mia mamma - ricordava il cardinale - ha instillato nel mio cuore l’amore per Maria fin da quando ero bambino. Mia nonna, ogni sera, dopo le preghiere della famiglia, recitava di nuovo il rosario per i sacerdoti. Non sapeva né leggere né scrivere, ma sono mamme e nonne come lei che hanno formato la vocazione nei nostri cuori”.

Padre Paolo Manna: “seminate preghiere”

Padre Manna, famoso missionario del Pime, era devoto della Madonna Regina delle missioni. Raccomandava ai suoi missionari la recita del rosario e dava loro l’esempio.

“Specialmente nei lunghi viaggi, attraverso pianure e monti, nella solenne quiete delle foreste, tenete il vostro spirito raccolto, sgranate il vostro rosario, seminate preghiere. Spunteranno sui vostri passi fiori di grazie e lo Spirito di Dio vivificherà ogni vostra parola, ogni vostra fatica e patimento".

"Cappellano, diciamo il rosario?"

Gennaio 1943. “Cappellano, perché non diciamo il rosario?”. Una richiesta inaspettata. A farla era un soldato italiano, prigioniero con don Enelio Franzoni nel campo 188 di Tambov, in Russia.Nella baracca n. 2 erano stipati in tanti. La vita era un inferno. Anche i più miti avevano i nervi a pezzi.

Don Enelio si fa coraggio, raccoglie le forze e grida: “Ragazzi, qualcuno mi ha chiesto di dire il rosario!”.

Nello stupore generale, si creò un silenzio irreale. Don Enelio intona: “In nomine Patris…”. D’incanto, sente tante voci affratellate, dire insieme: “Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus nunc et in hora mortis nostrae”.

“Era un sogno per me e per i miei amici; potevamo goderci una tregua, un riposo; la preghiera ci ridava una dimensione umana”, scrive il sacerdote nelle Memorie.

Da quella sera il rosario diviene un appuntamento fisso, una tregua di pace nella ferocia della guerra.

“Era una mezz’ora attesa, anche da chi non sapeva l’Ave Maria; era l’unica cura al delirio che ci esauriva”.



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