Ci hanno preceduti nella Casa del Padre
p. Francesco Spagnolo - Fr. Sandro Tasca - p. Rinaldo Nava
Un compagno di classe ricorda p. Francesco Spagnolo
Io entrai a Vicenza nell’Istituto di p. Uccelli il 3 ottobre 1929 e p.Francesco il giorno dopo. Da allora siamo stati sempre insieme, per tutto il ginnasio, durante il noviziato e il liceo. Dopo il liceo si usava andare nei nostri seminari per fare gli assistenti ai giovani aspiranti. Ed anche quell’anno fummo mandati insieme a Grumone, in provincia di Cremona, dove c’era il Ginnasio Superiore. Fu un anno felice, allietato dalla sua vena umoristica, dalla sua voglia di scherzi.
Poi tornammo alla Casa Madre per la teologia. Lui era un bravo teatrante: faceva ridere tutti, mentre io mi dovevo accontentare delle parti di comparsa. Aveva dei periodi di depressione, tanto che i Superiori ebbero qualche incertezza se ammetterlo o no alla professione perpetua; ma nutriva una pietà così profonda che i Superiori videro in lui uno che amava veramente il Signore e lo mandarono avanti. E tutta la sua vita fu una dimostrazione di questo suo amore.
Nel 1943 terminammo gli studi e ci preparavamo al sacerdozio. Mamma Teresina era ammalata di cuore e allora Francesco chiese che gli fosse anticipata di qualche mese l’ordinazione sacerdotale. Per cui andammo a Vicenza e fummo ordinati in tre il 28 marzo 1943. Appena finita la Messa gli dissero che la mamma stava male, e partì subito senza fermarsi per il pranzo: non stava male, era morta. Fu una giornata triste anche per noi. Per lui fu come il segno che il suo sacerdozio sarebbe stato segnato dal Calvario: fin dal primo giorno i dolori della croce.
Tre anni dopo, appena finita la guerra, fu tra i primi a partire per la Cina. Non aveva terminato i due anni di studio della lingua a Pechino che dovette fuggire al sud, per sottrarsi all’avanzata comunista. Ma i comunisti erano già nel Kiangshi, dove i missionari si erano rifugiati. Dal novembre 1948 al ’52 una persecuzione subdola: visite continue della polizia, restrizioni nell’apostolato e finalmente l’espulsione. Padre Francesco non tornò in Italia, andò nel Pakistan Orientale, oggi Bangladesh, ove l’aveva preceduto l’ex superiore generale p.Amatore Dagnino, anche lui cacciato dalla Cina. Quel che ebbero a soffrire in quella missione poverissima, fra gente musulmana ostile e in mezzo alla miseria più grande, è difficile da immaginare.
Io intanto ero andato in Giappone e dovendo tornare in Italia nell’aprile 1966 presi un biglietto di aereo per Dhaka, la capitale del Bangladesh: volevo incontrare p.Checco, dopo vent’anni che non lo vedevo. Arrivai a Khulna, il centro della missione saveriana ove era vescovo mons.Dante Battaglierin. Quello che vidi mi stringeva il cuore: animali morti nei campi, bambini con la pancia gonfia e davanti alle case la gente affamata in ogni luogo. Quasi non riuscivo più a mangiare nemmeno io. Mi recai da p. Francesco: otto ore di battello. Il padre mi venne incontro con la banda e con tanti bambini: improvvisò una festa. Ma quello che c’era in realtà dietro al suo volto sorridente non tardai a valutarlo: solitudine assoluta, distanze immense dai confratelli, tra una popolazione di indiani "paria", sottocasta, sorvegliati continuamente dalla polizia per ruberie e violenze, alle quali li spingeva la miseria. E p. Francesco che non sapeva districarsi da sé in nulla. Andai via di là con l’angoscia nel cuore. Ricordo che nell’incontro con i confratelli dissi: "Vedo proprio che non siete chiamati all’annunzio, ma a salvare questo popolo salendo il calvario con Gesù".
Padre Francesco rimase là senza lamentarsi, ricordando quello che aveva scritto il Fondatore, mons.Conforti: dovete considerarvi vittime volontarie per la salvezza dei non cristiani. Nel 1971 avvenne la guerra di indipendenza del Bangladesh. Padre Francesco era a Jessore, una delle principali residenze della missione. Vicino c’era l’ospedale del saveriano dottor Bucari. Padre Mario Veronesi era uscito con la camionetta a soccorrere una malata grave. Appena rientrato, due soldati pakistani gli si pararono di fronte e gli spararono. Padre Francesco era in chiesa con qualche ragazzo. Sentiti gli spari, fuggirono nel boschetto vicino e si gettarono a terra. Altri spari, tanta paura, poi silenzio. Quando uscirono trovarono p.Veronesi in un mare di sangue e i due ragazzi uccisi nella chiesa.
Padre Francesco durò ancora qualche tempo in missione, poi tornò in Italia malmesso in salute, forse scosso dalla morte del confratello. Non parlava più delle sue missioni, ma continuava ad amarle e quando poteva raccoglieva qualche soldo per i suoi amici del Bangladesh. Credendo di stare meglio – ma non era vero – si recava spesso a Roma per chiedere il rinnovo del Visa per il Bangladesh: gli risposero evasivamente. Io cercavo di distoglierlo, ma senza successo. Finalmente mi venne un’idea. Gi dissi: "Vedi come danno pochi Visa, se lo danno a te non lo daranno ad un giovane, la tua andata là è dannosa alla missione, resta qui". Mi ascoltò. Fu per un paio d’anni a Reggio Calabria, ed era contento perché gli sembrava di essere con i suoi poveri del Bangladesh; ma anche lì sofferse la povertà e l’isolamento. Poi cominciò la sordità, e ritornò a Parma. Ringraziando Dio qui ebbe anni felici: incontrava la gente, raccontava barzellette e soprattutto cercava di dire a tutti una buona parola.
Poi cominciò l’apostolato della corrispondenza: quante lettere e quanto bene ha fatto! Sentiva di amare tutti e voleva fare del bene a tutti. Aveva trovato una frase di s.Francesco di Sales: "Ci sono più anime al mondo che amino più cordialmente, più teneramente e, per dirlo proprio in buona fede, più caldamente di me; perché è piaciuto a Dio di fare il mio cuore così".
Diceva anch’io sono così! Amava tutti; a volte aveva lo scrupolo di amare troppo.
Le sue delicatezze nel servire i confratelli parevano alle volte persino esagerate. Per esempio, andava a prendersi un frutto e poi quando arrivava a tavola lo offriva ai compagni; si alzava spesso per raccogliere i piatti; poi andava in cucina ad asciugare le posate; faceva tutti i piccoli servizi che era possibile fare.
Ma il Signore gli volle dare un’ultima prova. Circa un anno fa cadde in una depressione profonda. Stava chiuso in camera, insonnolito e triste. Lo assalivano ansie e scrupoli. In passato aveva avuto come direttore spirituale un benedettino, che poi era morto; allora nei momenti di ansia ricorreva a me o a p. Dagnino. Aveva però verso Gesù un amore così intenso ed una fiducia così grande che gli bastava pensare a Lui per uscire dalle sue pene di spirito. Quest’ultimo periodo di tempo fu per lui un tempo di prova, la notte oscura per la quale passano molte anime mistiche: p. Francesco era un’anima mistica. Finisco con le consolanti parole di san Paolo: "Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata di eterna gloria". Ora che hai conseguito questa smisurata gloria, p.Francesco prega per noi, che siamo ancora nella tribolazione.
p. Augusto Luca
Fondatore d’una Scuola Tecnica in Bangladesh: Fratel Sandro Tasca
Mi piace presentare la figura di un amico e confratello a un mese dalla sua morte avvenuta all’ospedale di Bergamo a causa di un’emorragia celebrale. Fratel Sandro Tasca ha dato una forte testimonianza nella Boyra Technical School in Bangladesh. Venuto a conoscenza che i Saveriani stavano avviando una scuola professionale a Boyra, Sandro si "offre" per quell’attività. Così, dopo aver studiato un anno la lingua in Inghilterra, si reca in Bangladesh e si immerge, nello studio del bengalese.
Nel gennaio del 1975, con l’avvio della scuola professionale, collabora con i confratelli impegnati in questo progetto e nell’avviamento dei primi corsi. Grazie alla sua preparazione tecnica e ad un "grosso" bagaglio di esperienza, con tenacia si butta nel mondo da lui sognato.
Il suo impegno durante 16 anni di attività fu tale da rendere la scuola competitiva per la realtà bengalese, e la gratitudine degli studenti ne è solo una ulteriore dimostrazione. Posso dire che la scuola che ora gestisco, sa tutto di lui. Tuttora gli istruttori si avvalgono dei programmi che lui ha steso, delle unità didattiche che lui ha realizzato e si rifanno alla sua personale preparazione; studiano sul materiale da lui selezionato e lavorano con utensili che negli anni Sandro si è procurato.
L’impegno, la precisione, l’amore che Sandro ha dedicato alla programmazione didattica hanno dato alla scuola un’impostazione che suscita ammirazione. Una volta ho invitato gli istruttori della scuola di Dinajpur, poiché ritenevo che un confronto di diverse esperienze potesse essere d’aiuto ai nostri studenti. I nostri ospiti si sono intrattenuti tre giorni e alla fine dopo aver lodato i nostri programmi, non solo, ma si sono portati via il nostro manuale didattico!
Nel 1994 Sandro fu richiamato in Italia perché nominato Direttore della Procura saveriana per le missioni di Parma: un incarico delicato e di rilevante importanza per le missioni, che egli ha svolto con grande competenza e responsabilità. L’8 febbraio scorso è morto negli Ospedali Riuniti di Bergamo: era andato a trascorrere dalla mamma anziana un fine settimana, come da un po’ di tempo era solito fare.
Personalmente ritengo che grazie a Sandro e per lui ho trovato la forza di tirare avanti in questo progetto a cui sapevo che egli aveva dedicato il meglio della sua vita.
Fr. Giovanni Gamba.
Così arrivano le notizie di chi cade sul campo - p. Nava
Questa mattina, 4 luglio, alle 7.45, p. Rinaldo Nava è stato ricoverato al Fatima Hospital di Jessore dopo aver avuto un malore caratterizzato da senso di svenimento, estrema debolezza e dolori precordiali.
Dopo le prime attenzioni in ospedale il quadro sintomatologico si risolveva. L’elettroencefalogramma dimostrava un quadro normale senza segni di patologia ischemica in atto. È stato consigliato di rimanere in ospedale a riposo per il resto della giornata, onde valutare con una ulteriore osservazione la presenza di altri sintomi. Fino al tardo pomeriggio ha riposato ricevendo anche la visita di amici, conoscenti e confratelli.
Verso le 18.30 stava parlando con p. Mimmo Pietanza sull’episodio della bomba esplosa il giorno di Pentecoste nella chiesa di Baniarchor, quando improvvisamente si è accasciato al suolo. Padre Mimmo chiamava immediatamente il dr. Claudio e il dr. Gildo, che tentavano le manovre di rianimazione ma il cuore non ha dato segni di ripresa. Padre Rinaldo aveva 50 anni, nativo di Macherio. Dal 1984 era missionario in Bangladesh.
Il Signore lo accolga nel suo regno.






