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Ecco la testimonianza di p. Pier Giorgio sulla sua vocazione missionaria e risalente ad alcuni anni fa.

Raccontare com’è nata la mia vocazione missionaria significa scavare nei ricordi più preziosi della giovinezza, ritornare ai 17 anni. Non ci sono fatti straordinari, rivelazioni miracolose o inviti intessuti di parole folgoranti. Ricordo solo il fascino che i missionari, incontrati casualmente, lasciavano trasparire. Alcuni erano giovani studenti, pieni di gioia, ragazzi in gamba; altri erano “reduci”, carichi di esperienza, testimoni forti, pieni di entusiasmo, coraggio e fiducia nella vita. “Se li ammiro, perché non seguirli?”. La scelta della vita missionaria iniziò così per me, con il desiderio di essere come loro, uno di loro.

A vent’anni ho avuto una bella miocardite. I medici quindi mi “proibirono” la missione. Per questo, divenuto presbitero saveriano, chiesi di essere inviato in Giappone, dove la vita sembrava essere più facile. In realtà, lo studio della lingua, l’inserimento nella cultura di questo paese comportarono una fatica tremenda. Non ho mai amato molto lo studio e la calma della riflessione: ho dovuto quindi “spezzare le ossa” al mio temperamento irrequieto e assumere l’atteggiamento pacifico e riflessivo del Buddha seduto sul fior di loto.

Il risultato? È proprio vero, la missione ti assorbe tutto, ti prende la parte più profonda del cuore, ti fa innamorare, non puoi più abbandonarla… Mi chiedo spesso come mai i missionari incontrati da giovane fossero sempre pieni di gioia. Quali consolazioni avevano? Ogni giorno io vivo con fatica, in tutti i settori del mio lavoro: dialogo interreligioso, educazione, pastorale, giustizia e pace. Ogni giorno mi dibatto in gravi difficoltà: mancanza di tempo ed energie, carenza di idee, scarsezza di frutti visibili... Allora mi fermo a guardare Cristo e l’esperienza di San Paolo; mi pare di essere nella loro linea e sento dentro di me una profonda pace, una grande serenità e gioia.

Penso a tanti giovani che si impegnano per gli altri, per la giustizia, la pace e lo sviluppo, nella politica e nella pastorale: perché non valutano la possibilità di un impegno più globale e radicale con Cristo e per l’uomo? Manca forse il coraggio di provare a “giocarsi la vita con Lui”, a mettere al suo servizio tutte le loro possibilità? So bene che noi, più avanti in età, siamo troppo spesso figure opache, prive di fascino. La figura del prete o del missionario “protagonista” di imprese umane è stata cancellata dalla storia. Gente molto più brava di noi si è organizzata a questo scopo. Ogni uomo poi deve essere solidale e responsabile dei poveri e degli oppressi. A noi presbiteri e missionari è rimasto l’impegno con Cristo: vivere ed annunciare a tutti le motivazioni evangeliche della passione di Dio per l’uomo.

Non basta più oggi inviare offerte, non basta più fare costosi viaggi per “vedere” le varie missioni e passare qualche tempo con i missionari. Occorrono giovani capaci di irrorare con la propria vita, con il loro cuore generoso e sapiente, l’immenso campo del Padre. Chi verrà a darci una mano? Chi verrà a sostituirci? Perché non voi?



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