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Carisma è missione: Pasqua con Giuseppe l'operaio

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Primo aprile, 7 del mattino: Messa a São José Operário. Ho controllato gli impegni della settimana santa per vedere se c'era ancora qualche "buco" e far contenta qualche altra comunità cristiana. L'agenda è stracarica. Mi sono fermato sul primo impegno della settimana maggiore.

Mi piace iniziare con san Giuseppe operaio. È una comunità alla periferia della città, distante 40 chilometri. Dovrò uscire di casa quando è ancora buio e mi toccherà vedere, nonostante la festa delle palme, i molti operai che vanno al lavoro o tornano stanchi dopo una notte di fatica; chi camminando sui marciapiedi sconnessi, chi in attesa del mezzo pubblico, chi già seduto ai cancelli della fabbrica.

Conosco bene queste scene: evocano il mondo del lavoro, della fatica, dei salari minimi e, alle spalle di questi uomini e donne della fatica, le famiglie alloggiate in baracche e i figli lasciati soli in casa...

Proclamerò la passione di Cristo con questa gente negli occhi, e sarà più vera.

San Giuseppe operaio mi aiuterà a iniziare meglio la settimana santa; mi aiuterà a sognare per tutti una vera Pasqua di risurrezione; mi darà la forza per credere che la Pasqua è già nel cuore di questa gente. È già presente nella loro fatica e nella loro sofferenza.

Penso anche agli adoratori del vitello d’oro ai quali - come dice il beato Conforti - "non importa sfruttare il lavoro dell'operaio, il sangue del povero, mettere a repentaglio tante esistenze in imprese audaci e pericolose, in fatiche esorbitanti e micidiali".

Preferisco però tornare al cuore di tutti gli uomini e donne del lavoro e vedere in loro l’operaio Giuseppe nella casa di Nazareth, e con lui l'operaio Gesù. Preferisco ricordare la loro fede che trasfigura anche il lavoro più duro e lo fa pentare offerta e preghiera; la fede che li mantiene sereni e allegri, senza cadere nella passività.

La loro fede penta speranza nel partecipare alle pacifiche lotte per i loro diritti e nel continuare a sognare un mondo migliore.

Ammiro allora l’amore alla famiglia, per la quale sopratutto lavorano, l’amore alla chiesa e - perché no? - alla loro patria, che così poco li retribuisce.

Io missionario imparo a contemplare, a vedere il volto di Dio in quei volti stanchi e ancora madidi di sudore o marcati dal sonno. Imparo a vedere i lineamenti di Gesù, mio Signore, nei profili intravisti nel semibuio del mattino. Imparo a essere e a fare il missionario, che deve vedere Dio, cercare Dio, amare Dio in tutto, lasciando crescere in me il desiderio di propagare ovunque il Regno già presente nei cuori di coloro che incontro, mentre all’orizzonte cominciano a spuntare le prime luci.



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