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Un atletico settantenne mi affianca mentre arranco in salita con la mia bicicletta. È un cicloamatore allenato che ancora va forte. È sveglio dalla mezzanotte perché fa il fornaio. Se pur pensionato, una volta la settimana aiuta un amico panettiere. “Del resto, i giovani di certi lavori non ne vogliono più sapere; è un sacrificio troppo grande!”, mi dice prima di salutarci. Mi è tornata in mente questa frase, leggendo i commenti dei partecipanti ai campi estivi che trovate nel paginone centrale di questo numero. Sono ragazze e ragazzi che hanno voluto toccare con mano un altro mondo. Ma non sembrano indisponibili a… sacrificarsi. Forse, non è sfornare pane la loro massima aspirazione, eppure il desiderio di conoscenza, la ricerca di qualcosa di più grande e alto non necessariamente significa stare seduti su un divano, a occuparsi del proprio cellulare.
Di sicuro, vivere nel cosiddetto inverno demografico porta a conseguenze che si riflettono su numerosi aspetti della nostra vita, anche quella occupazionale. Ma mette molta tristezza, all’inizio di un anno scolastico, leggere che si sono perse un certo numero di classi perché non nascono più bambini per gli innumerevoli motivi che conosciamo. Una scuola che chiude è un segnale preoccupante. Eppure, sembra quasi un aspetto che non ci interessa, colmabile in qualche modo. Un po’ come il cambiamento climatico: tocca sempre ad altri pensarci, non è mai un problema dell’oggi e soprattutto nostro. Questa mentalità porta a vicende che non sono più sostenibili. “Mai più!”, aveva detto Barroso, ex Presidente della Commissione Europea, davanti ai feretri di Lampedusa nel 2013. Ma, nulla cambia! È inaccettabile vedere morire di sete sei persone su una barca… perché i soccorsi sono arrivati in ritardo. Di sete e stenti nel 2022, in mezzo al mare? Ma non è un problema e tutto passa fino al prossimo evento tragico.
È inaccettabile che si continui a morire nelle guerre dei nostri giorni in giro per il mondo. Così come è inaccettabile anche che famiglie intere debbiano piangere i propri cari, vittime di frequentissimi incidenti sul lavoro… No, morire di lavoro non è più ammissibile nel 2022. Per non parlare degli incidenti stradali, esplosi come una piaga sociale dopo il blocco dovuto al Covid-19. Tutti temi non più rimandabili. Perché un comportamento individuale coinvolge la collettività. E spesso sono i più giovani a pagare... in ogni senso. Buon ottobre missionario!



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