Conoscere è responsabilità
LA PAROLA
Pietro allora disse a Gesù: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Il Signore rispose: “Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: «Il mio padrone tarda a venire» e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chi molto fu dato, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc 12,41-48).
Non di rado troviamo in Luca personaggi che hanno a che fare con l’amministrazione di proprietà o di beni della quale è chiesto di dar conto al padrone. Vi è sullo sfondo il tema del giudizio che il Figlio dell’Uomo realizzerà il giorno della sua venuta, giudizio che non elude l’impegno nella storia, anzi, lo esige. È nel tempo della storia che è richiesta la responsabilità e la condivisione dei beni, tant’è che sarà condizione per appartenere al Regno.
L’invito di Gesù ad essere vigilanti è pressante tanto che Pietro lo sente un po’ stretto e chiede chiarimenti: lo rivolge solo ai discepoli o a tutti? Del resto Pietro faceva parte del gruppo scelto da Gesù e forse pensava di godere di un qualche privilegio, magari di sapere in anticipo il tempo esatto della sua venuta. Gesù ribatte con una domanda e fa due esempi per delimitare il campo della risposta: cosa deve fare l’amministratore fedele e saggio, scelto dal Signore per vigilare sulla sua servitù? Anzitutto è il Signore che affida a qualcuno il compito di amministare i suoi beni. Non dipende da un’iniziativa personale perché i beni non gli appartengono. Inoltre, specifica che i ‘beni’ in gioco non sono cose ma i servi, cioè tutti coloro che lavorano nella sua proprietà.
Non è un salto da poco. I veri beni del Regno, e di riflesso della Chiesa, non sono gli immobili, la quantità di parrocchie o di attività messe in atto, sono le persone che ne fanno parte. L’amministratore è chiamato a distribuire loro la razione di cibo giornaliera, a garantire i servizi basici che permettano una vita piena e degna. Per rafforzare la centralità di questa esigenza, Gesù fa l’esempio contrario: vi sono amministratori che, di fronte al ritardo della venuta del Signore, spadroneggiano sui servi, li picchiano, mentre loro si danno alla bella vita, tra lauti pranzi, vini prelibiti e ubriacature di ogni genere. È la fotografia della decadenza, di quel contrasto odioso tra subalterni privati delle cure e dei beni necessari, e il lusso e la violenza di chi è stato preposto dal Signore a fare da custode e guida. Ritroviamo le due vie presenti nelle Beatitudini: beato chi ha fame e piange, ma guai a chi è sazio e gaudente sulle spalle di chi si ritiene debba solo obbedire.
La chiosa di Gesù è molto dura e fa capire più chiaramente a chi sono dirette le sue parole: a coloro che “conoscono la volontà del padrone”, cioè noi, i discepoli, la comunità di Luca o anche tutto il popolo d’Israele a cui è stata rivelata questa volontà nella Torah. Chi conosceva e non ha fatto riceverà un giudizio molto severo, mentre chi non conosceva e ha fatto errori, vale a dire coloro che non hanno ricevuto la Legge, gli estranei o i ‘gentili’, saranno trattati molto meno duramente. Conoscere dev’essere una responsabilità non motivo di dominio e sopraffazione.







