C’è ancora tanto da fare: Bangladesh, problemi e speranze
Fratel Remo Bucari, di Avacelli di Arcevia in provincia di Ancona, è missionario medico. Svolge la sua attività al Fatima Hospital di Jessore in Bangladesh da oltre 40 anni.
Si spera che la maggioranza della gente possa vivere non da ricchi, ma almeno decentemente, con un piccolo alloggio, qualche vestito, un lavoro fisso che assicuri l’educazione e la salute dei due, tre, quattro figli. Su questa aspirazione fanno leva la chiesa cattolica con i suoi servizi sociali e anche le migliaia di ong (organizzazioni non governative), nazionali e internazionali.
Le piaghe del Bangladesh
I problemi del Paese, però, restano grandi e sono legati anche alla sovrappopolazione: la gente è molta e le risorse sono poche. È impossibile tirare avanti con un dollaro al giorno. L’emigrazione può salvare qualche famiglia. Oltre tutto, il Bangladesh è anche tra le nazioni più corrotte ed è “poveramente governato”. Il sistema giudiziario non è ancora separato da quello esecutivo, per cui nessuno ha mai assistito a un processo per corruzione contro un ministro in carica.
Tutti sostengono che i fiumi andrebbero scavati e arginati per evitare le inondazioni; tutti sanno che le vecchie linee ferroviarie sono da modernizzare. Malgrado il bisogno urgente, niente è stato fatto finora. Migliorando il sistema di governo e l’onestà dell’enorme rete burocratica, ci si può aspettare un qualche progresso.
Gente che ama la vita
Nonostante le critiche di molti esperti internazionali, il Bangladesh ha progredito notevolmente. Il progresso economico avviene sempre con un processo lento e graduale. Dopotutto, gli osservatori delle grandi istituzioni finanziarie (banca mondiale, fondo monetario internazionale) vivono a Dhaka, spendendo 300 dollari al giorno. La maggioranza dei bangladeshi, invece, deve accontentarsi di un dollaro. La resistenza di questa popolazione alle avversità naturali è forte e commovente. Con l’acqua fino alla cintola in casa, invocano Dio chiedendo di perdonare i loro peccati e di aiutarli a salvarsi. Non sono fatalisti. È gente che ama la vita. Sanno accettare le calamità naturali come persone civili, facendo il possibile per salvare se stessi e la loro famiglia.
Ogni anno il Bangladesh è colpito da inondazioni e altre calamità. L’anno scorso, prima dello tsunami, trenta milioni di persone sono rimaste sotto l’acqua per mesi. Conservo due foto dell’avvenimento. In una si vede, in bilico su un tetto di bambù sfasciato, un uomo col cellulare che telefona a qualcuno per avere un consiglio sul da farsi. L’altra foto documenta l’acqua alta nella capitale Dhaka: in una strada principale c’è una barca, vicino al risciò con le ruote immerse!
Un lento miglioramento
Le esportazioni sono aumentate anche quest’anno. In modo particolare frutta e pesce; ma anche scarpe, vestiti, medicine e computer. Qui un buon computer costa 300 dollari. Le strade sono state migliorate ed estese; con il nuovo ponte sul Gange, oggi si può raggiungere il nord del Paese in poche ore di auto. Quasi tutti i villaggi del paese (circa 68.000) sono raggiungibili, in ogni stagione, almeno con la jeep. Molti villaggi sono anche dotati di luce elettrica. Quasi tutte le famiglie possiedono una radio, parecchi hanno la televisione.
Sono migliorati anche i servizi sanitari e le scuole elementari, frequentate ora dal 60 per cento dei ragazzi. È stato potenziato pure il servizio di pianificazione familiare per un controllo delle nascite. Le malattie tropicali sono ancora comuni (tbc, lebbra, dissenteria), ma l’Aids e l’uso della droga sono incidenti rari. Certo, serpeggia nella popolazione un senso di angoscia per la situazione economica di sopravvivenza. Ma si fa strada anche la speranza di tempi migliori per la prossima generazione. La speranza è che il tasso di crescita della popolazione diminuisca ancora e che l’inurbamento si attenui, attraverso lo sviluppo industriale nelle piccole città.







