Burundi, tra paura e speranza
Le nostre tre sorelle saveriane sono state uccise all’inizio di un periodo che si annunciava difficile e a rischio per il Burundi. Era la vigilia delle elezioni politiche e presidenziali, previste per giugno 2015. La grande tensione nasceva da una possibile candidatura dell’allora e attuale presidente, a un terzo mandato, da più parti giudicato illegale e contro gli accordi di pace svolti ad “Arusha”.
Il putiferio della repressione sul dissenso
L’annuncio di un terzo mandato ha scatenato la reazione di gran parte della popolazione della capitale. Si sono svolte molte manifestazioni che hanno coinvolto soprattutto la popolazione dei quartieri periferici. Ogni giorno, nelle strade, la gente ha manifestato il proprio dissenso con il sostegno di politici, organismi internazionali, mass media privati, radio, televisioni, giornali. C’è stato anche un tentativo di colpo di stato: fallito.
La conseguenza di tutto ciò è stato l’inizio di una dura repressione da parte della polizia, che non ha risparmiato nessuno. Sono state distrutte o bruciate le sedi delle radio e televisioni private, giornalisti, parlamentari, sindaci imprigionati o costretti all’esilio. Ci sono stati arresti arbitrari e sparizioni di oppositori. Responsabili e militanti di partiti dell’opposizione arrestati o uccisi durante e/o dopo le manifestazioni oppure costretti a emigrare in altri paesi.
Quartieri interi presi d’assalto dalle forze dell’ordine alla ricerca di coloro che avevano partecipato alle manifestazioni o che avevano espresso la loro opinione contraria al regime in atto. Sono stati travolti da questa ondata di feroce violenza anche responsabili dei diritti umani e uomini di pace.
Anche in Burundi, “gioventù bruciata”
Sono migliaia i giovani che, assoldati e inviati in campi di formazione (anche in paesi vicini), fiancheggiano e aiutano le forze dell’ordine nel lavoro di repressione.
Molti di questi giovani provengono dall’Azione cattolica; hanno abbandonato i valori cristiani e sposato l’ideologia del partito al potere: eliminare chi la pensa diversamente o critica. Sono giovani che si esprimono con un linguaggio fortemente violento. I valori dell’accettazione del diverso e della convivenza sono sostituiti dall’intolleranza e dalla violenza verbale e fisica su tutti coloro che non fanno parte del gruppo.
La paura ha spinto migliaia di persone sulla via dell’esilio, soprattutto in Tanzania e Rwanda.
Si sono viste colonne di povera gente costretta ad abbandonare le proprie case e il “poco” costruito durante gli anni di relativa calma. Immagini che speravamo di non vedere più.
Ho incontrato qualcuno di ritorno da una visita a quei luoghi di esilio: il racconto sulla desolazione in cui vive la nostra gente è accompagnato solo da lacrime silenziose in occhi tristi e disarmanti.
Una chiesa coraggiosa e non violenta
La chiesa si è schierata sin dall’inizio contro il terzo mandato. Questo fatto ha irritato non poco la presidenza e le alte cariche di governo. La scelta dei vescovi non è stata di natura politica. I loro messaggi, letti in tutte le chiese del Burundi, erano equilibrati, coraggiosi e rispettosi delle autorità e delle istituzioni. Puntavano il dito accusatorio soprattutto sui metodi e il linguaggio violento, sul non rispetto dei diritti umani fondamentali: la libertà di scelta in campo politico e amministrativo.
Le reazioni non si sono fatte attendere: minacce di morte nei confronti di alcuni vescovi; non pochi sacerdoti hanno dovuto prendere la via dell’esilio e “Radio Maria Burundi”, l’emittente più seguita dai burundesi, ha rischiato la chiusura. In qualche caso si è rischiata la tragedia.
Ma la paura chiude le bocche!
Persistono ancora troppe violenze su gente comune e inerme, estranea a ogni posizione, uccisa o fatta sparire solo per non appartenere al partito. Sono migliaia le persone sparite o arrestate di cui non si sa più nulla. Sono tante le famiglie ancora alla ricerca del figlio, del marito, della moglie, senza sapere se sono vivi, morti o in esilio.
Non c’è stato alcun rispetto, nemmeno del dolore o della gioia famigliare: la gente è stata colpita o arrestata durante funerali, manifestazioni, incontri di famiglia, all’uscita di chiesa, davanti alle scuole. Non sono state risparmiate le donne, alcune delle quali colpevoli solo di essere mogli di… responsabili di partiti o di associazioni di opposizione o di rifugiati all’estero. Si parla di fosse comuni in luoghi già conosciuti, ma la paura chiude la bocca.
I burundesi avranno il coraggio di parlare e permettere ad amici e famigliari di dare una degna sepoltura ai tanti “morti ignoti”?
Chiesa e organismi umanitari locali e internazionali stanno alzando la voce: rischiano la vita.
Questo nostro Burundi povero e dimenticato
Tutte queste organizzazioni hanno manifestato preoccupazione invitando governo e opposizione a sedersi a un tavolo per dialogare, hanno fatto questo per parecchi mesi. Il risultato è stato l’aumento di minacce e sanzioni sempre più dure. Tutto inutile.
La comunità internazionale ora è impegnata e preoccupata da altri grandi conflitti e dal terrorismo che sta sconvolgendo la vita in tanti paesi del mondo e non si occupa del piccolo e povero Burundi, a cui sono riservate le briciole, in tutti i sensi. Il Paese è alla deriva: la povertà genera e rinforza i conflitti. Il Burundi nella classifica mondiale dei paesi poveri è all’ultimo posto. Più in basso non si può!
L’unica speranza: la misericordia
L’unica nostra speranza è “nell’anno della Misericordia” appena iniziato. Esso dovrebbe portare ai piedi di Cristo tutti coloro che, battezzati, hanno deviato seguendo i sentieri dell’odio e della vendetta.
Resta da invocare e implorare ogni giorno il dono del buon senso per tutti i responsabili di questa folle e tragica situazione burundese.







