Brasile: Stupore, emozioni, speranza
C’è bisogno anche del nostro aiuto.
Lasciamo la strada principale di Canavieiras per quelle periferiche, dove sorgono le favelas. Qui, Lucia trova i suoi bambini, come ormai li chiama. "Lusia, Lusia", si sente gridare, addolcendo il nome con la più efficace sibilante. Un gruppo di ragazzi la vede e in poco tempo la voce del suo arrivo si sparge per il quartiere: "Lusia chegou, Lusia chegou!".
La gioia dei bambini e di Lucia
Per Lucia, l’emozione nel rivedere tanti bambini è molto grande. Che senso di freschezza, di gioia, di vita e voglia di vivere! Per un momento quasi ci si dimentica della realtà di povertà che questa esuberanza infantile riesce a nascondere. Arriva anche il "prefetto", un bambino di sette anni. Lo chiamano così per il suo cipiglio autoritario, è accompagnato dalla "guardia del corpo", quasi a ribadire il suo indiscusso potere. Ci osserva con fare sospettoso, che poi lascia spazio a un sorriso aperto, quando viene a sapere che don Enzo è il suo "padrino", e che manda ildinheiro per aiutare lui e la sua famiglia.
Lucia ci accompagna in una casa. Entriamo nell’angusto atrio in terra battuta. Le vistose crepe nelle pareti, senza finestre, non riescono a dissipare la puzza di muffa che esala dagli angoli umidi del tugurio; qualche stoviglia, come abbandonata dentro un catino, indica pasti lontani. Un drappo, consunto dal tempo, pende dal soffitto, e vuole segnare lo spazio destinato all’intimità notturna.
La nonna con le sue nipoti
Su un pano, posto accanto ad un’amaca con vistosi segni di decadenza, è seduta la nonna che ci accoglie con un sorriso stanco. Spuntano intanto da ogni dove dei bambini, con sguardo indagatore. Lavinia, la più grandicella, forse di dieci anni, tiene in braccio l’ultima nata. Dietro a lei, come a volersi riparare, una schiera di bambine ci osserva silenziosa. "Bon Dia", dice la donna, la nonna di queste bambine. Non c’è segno di presenza maschile. Il marito della figlia era scomparso senza dare più notizie di sé. La figlia è alla ricerca di un qualsiasi lavoro, per potere trovare il cibo per tutti questi bambini. Il più piccolo, quello che
Lavinia tiene in braccio, è il frutto di uno dei tanti incontri fortuiti, per sopravvivere.
Ascoltiamo dalla nonna la storia di squallore e di miseria. Non riesce a sopportare l’idea che quelle povere bimbe un domani non troppo lontano possano essere costrette alla prostituzione. La nonna, che manifesta nelle sue parole una certa dignità, ci chiede di aiutarla.
Lucia, incaricata di rilevare tutti i casi di povertà, allunga l’elenco. Assicuriamo alla nonna che né Lavinia, né le altre avrebbero spento la loro adolescenza per fame.
Le ragazze di programma
Alla periferia della città visitiamo un quartiere… lunare! Non tanto per la mancanza di vita, che c’è grazie ai ragazzi che vanno e vengono, giocano, corrono, come dappertutto, ma per la desolazione di quelle strade e delle baracche, una staccata dall’altra, sconnesse e inclinate come se stessero per cadere. Il caldo afoso del primo pomeriggio dà al paesaggio una sensazione opprimente e di pericolo incombente.
Da una finestra di queste baracche, una ragazza mi osserva; si distingue dalle altre per il modo elegante con cui è vestita: pettinatura impeccabile, unghie curate, attenta all’espressione degli occhi e con un impercettibile movimento della bocca sembra voler catturare la mia attenzione. "Bon dia", saluto, ma non ottengo risposta. "Bon dia", insisto. Lei mi segue con uno sguardo ammiccante. "Ma chi è quella ragazza?", chiedo alla nostra accompagnatrice Marisa. "Si chiama Miriam ed è una ragazza di programma", mi risponde. Una ragazza di programma? Ma che cosa vuol dire? Marisa mi spiega che Miriam è una delle tante adolescenti che aspetta l’eventuale cliente, spesso europeo, ma non solo.
Vengo a sapere che si sta cercando di aiutare la famiglia perché riesca a uscire da questa situazione di degrado e che purtroppo questo è un fenomeno molto diffuso. Spesso, sono le stesse famiglie a spingere le proprie figlie adolescenti a prostituirsi pur di sopravvivere.
Mi sento umiliato e con tanta rabbia nell’anima.








