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Un proverbio cinese racconta che "la vita di un bambino è come un pezzo di carta su cui ogni passante lascia un segno". Sono tanti i segni lasciati sulle vite spezzate di milioni di bambini in tutto il mondo.

Anche oggi. E sono tanti, troppi, coloro che assistono muti e impotenti di fronte a questo dramma. Nonostante le leggi operanti in tutti questi Paesi e nonostante la Convenzione 138 dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (ILO) che fissa l’età minima di ammissione al lavoro al compimento della scuola dell’obbligo, il lavoro dei bambini al di sotto dei 15 anni è una realtà universale dai diversificati aspetti.

bambini sciavi Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro sono 120 milioni i bambini tra i 5 e i 14 anni che lavorano a tempo pieno; per altrettanti il lavoro è un’attività "secondaria".

Sono concentrati in Asia, Africa e America Latina, perché la povertà delle famiglie e delle realtà locali è la prima causa del lavoro in età precoce. Ma non solo. Per troppo tempo sono stati sottovalutati il lavoro infantile e l’evasione scolastica nei Paesi appartenenti addirittura ai G7, le sette potenze più industrializzate del mondo. Troviamo così che negli Stati Uniti centinaia di migliaia di piccoli, soprattutto di origine messicana, lavorano in condizioni di pericolo in agricoltura e nei laboratori tessili, anche per l’export. Quanto all’Italia sono recenti le stime del sindacato che denuncia in circa 300.000 i bambini al di sotto dei 15 anni al lavoro nel nostro Paese nei settori agricolo, tessile e commerciale.

Sotto i riflettori finiscono solo i bambini del Sud del mondo che lavorano nei settori destinati all’export (tappeti, palloni). In realtà essi sono solo il 5° del totale dei bambini occupati a tempo pieno. Una piaga a sé stante è poi lo sfruttamento sessuale dei bambini, diffuso ovunque. Sarebbe semplicistico e fuorviante fare di tutta l’erba un fascio.

Il lavoro dei bambini al di sotto dei 15 anni non è tutto uguale. Lo sfruttamento infantile di cui si chiede l’abolizione riguarda i bambini lavoratori troppo piccoli, o impiegati per troppe ore (non potendo così andare a scuola), in condizioni di pericolo, di danno fisico o di violenza fisica. Diverso è il lavoro di bambini che comunque vanno a scuola, che lavorano per poche ore in attività familiari non pregiudizievoli per la crescita: sarebbe un fattore di impoverimento economico impedire tali attività senza offrire alternative.

   "Palloni etici" e "scarpe giuste": anche il mondo dello sport, si interroga sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche appaltate dalle multinazionali del settore. Ce n’è ben motivo: salari al di sotto della linea di povertà, orari lunghi ed estenuanti, negoziazione dei diritti sindacali e sfruttamento del lavoro minorile costituiscono la realtà degli stabilimenti che in Paesi come la Cina, l’Indonesia e la Thailandia producono la maggior parte degli articoli sportivi.

A lanciare l’allarme sullo sfruttamento del lavoro nel settore sportivo era già stata la Campagna "Scarpe giuste", promossa a partire dal ’96 dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo (in contemporanea con iniziative analoghe in Francia, Inghilterra, Olanda e Stati Uniti) con l’obiettivo di indurre Nike e Reebok, le più grandi multinazionali del settore, ad adottare comportamenti più equi nei confronti dei lavoratori asiatici.

Ed è ora l’iniziativa dei palloni etici a rilanciare nel settore sportivo il tema del rispetto dei diritti dei lavoratori. In risposta alle crescenti pressioni dei consumatori, sono molte le imprese che hanno adottato un codice di condotta, iniziando dalla Levi’s nel 1992 e continuando poi con la Reebok, la Nike, la Mattel, la Artsana.

Eppure dai Paesi produttori continuano ad arrivare denunce di gravi abusi, come ad esempio quelle documentate nel rapporto del ricercatore australiano Peter Ancock riguardo alle imprese appaltate dalla Nike in Indonesia. Ciò dimostra che i codici di condotta non servono a niente se non esistono dei sistemi di controllo che non siano già quelli esistenti, predisposti dall’impresa stessa con ispettori da questa pagati e che a questa devono rispondere.

Fin quando il controllo non uscirà dalla sfera di influenza delle imprese, i codici di condotta di fatto saranno solo delle operazioni di immagine che le imprese possono usare per rafforzare le loro strategie pubblicitarie.



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