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I saveriani quest'anno celebrano 60 anni di presenza missionaria in Bangladesh. Siamo grati a Dio per tutto il bene che ci è stato possibile svolgere e siamo grati a tutti gli amici e benefattori che ci hanno sempre sostenuto. Ma un grazie particolare lo dobbiamo anche alle suore Luigine di Alba che, su richiesta del nostro primo vescovo saveriano mons. Dante Battaglierin, si sono unite a noi in questa difficile missione, condividendo quotidianamente la fatica e i sogni.

Hanno potuto dare alle donne bengalesi musulmane, hindu e cristiane un apporto di amicizia, consolazione e solidarietà, anche attraverso importanti realizzazioni come scuole, orfanotrofi, centri di cucito e ricamo. Alcune giovani bengalesi hanno avuto il dono della vocazione e oggi continuano l'opera missionaria iniziata dalle sorelle missionarie di Alba.

Ho chiesto a due italiane - suor Pierangela e suor Filomena - e a suor Veronica, una Luigina bengalese, di raccontarci un po' della loro esperienza.

Suor Pierangela e la storia di Sagori

La virtù che mi è più necessaria con centinaia di donne che ogni giorno vengono al centro per cucire e ricamare, è la pazienza. Ciò che invece mi gratifica di più è sentire le loro confidenze, a volte i loro drammi, consolarle e offrire loro ispirazioni e valori che noi attingiamo dal nostro vangelo.

Tra le tante storie di donne in difficoltà, in cerca di una vita più serena e sicura, c'è quella di Sagori. È una giovane donna musulmana con un figlio, sposata ma abbandonata dal marito. Abita con la mamma e la zia, che sono malate e vivono di quel poco che guadagna Sagori con i suoi ricami. Tutta la sua ambizione è riuscire a educare bene suo figlio, che ora ha 10 anni ed è già molto indipendente: non ascolta la mamma e spesso scappa dalla nonna paterna. Sagori ne soffre e vorrebbe che la situazione cambiasse. Si sente molto sola e viene volentieri alla missione perché può parlare con noi, condividere i problemi, riacquistare la pace e l'entusiasmo per la vita.

Forse il valore più profondo della nostra scuola di ricamo è l'opportunità per noi missionarie di caricarci del peso e della fatica di tante donne, come Sagori. È la nostra umile missione, il nostro cammino quotidiano che continua, anche grazie al sostegno del vostro aiuto e delle vostre preghiere.

Suor Filomena e il battesimo della bontà

Come ogni giorno, un centinaio di donne accovacciate sul prato e nella veranda della missione, ricamano centrini, tovaglie, copriletto, con cui guadagnare qualcosa per sé, per i bambini e spesso anche per i mariti che non trovano lavoro. I bambini più piccoli, sdraiati accanto, si dimenano impazienti di succhiare il latte. I più grandicelli giocano con una giovane suora bengalese che li intrattiene.

Noto che da un po' di tempo c'è un uomo vicino al nostro cancelletto: non entra, ma osserva con curiosità. Mi dice che tanti anni fa, quando era piccolo, spesso veniva qui e ci osservava mentre accoglievamo tanta povera gente all'ambulatorio. "Ora questo posto mi incanta ancora", aggiunge. "Sì - riprendo io -, ma ora sono più anziana e non do più le medicine, perché ci vorrebbe una licenza che il governo dà solo ai medici". E lui: "Anch'io comincio a essere anziano; mi sono caduti i capelli e soprattutto ho problemi all'udito".

Con un sorriso gli dico: "Penso che dobbiamo accettare da Allah tutto quanto, anche qualche malanno dell'età. Allora stiamo più tranquilli e tanta pace entra nel cuore". M'interrompe: "Grazie! Anche se ora il tuo ambulatorio è chiuso, le tue parole sono ancora una grande medicina".

Mentre si allontana, penso a quanti buoni musulmani ho incontrato in questo paese. Ci sarà pure... un battesimo della bontà!

Suor Veronica e la cura del sorriso

Alle povere mamme spesso si affiancano i poveri bimbi, anche con handicap fisici o psicologici. Per esempio, c'è una bambina di 4 anni, così rachitica che non ne dimostra neppure due. Si chiama Bonna, nome che è tutto un programma (...di miseria) e significa "alluvione", l'incubo del Bangladesh.

Quando mesi fa la mamma (nonostante il parere contrario del marito musulmano) ha cominciato a venire da noi per ricamare, la bimba dava segni di gravi ritardi. A differenza delle coetanee, non pronunciava ancora una sillaba, non camminava, stava sempre in braccio; se qualcuno s'avvicinava, si aggrappava alla mamma in un pianto disperato.

Non sono una psicologa, ma sentii come una sfida il tentare qualcosa: portarla pian piano alla normalità sarebbe stato il dono più bello per lei e per la mamma. Pensai alla cura del sorriso. Senza avvicinarmi, la guardavo e sorridevo. Così per giorni e giorni, finché il suo spasimo cominciò a sciogliersi.

C'è qualche progresso. Il pianto isterico sta scomparendo. Ed ecco la prima sillaba: "ma" (in bengalese mamma). Dire suora... è troppo difficile, ma sibila già una "s". Il suo gioco preferito è nascondersi dietro una porta e poi far capolino per vedere se la notiamo.

Alla mamma tutto ciò sembra un miracolo, e anche il papà musulmano ora è felice che la bimba e la mamma frequentino noi suore. Nessun battesimo in vista, ma non c'è dubbio che, con un sorriso, l'amore del vangelo ha baciato questa famiglia non cristiana.



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