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Amici dell'umanità - Ultimo anno in Burundi

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Un proverbio nostro canta: “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore". Poiché siamo la famiglia di un solo Padre, tornato malato dall'Africa, vi racconto ciò che i miei occhi hanno visto per voi nell'anno appena trascorso. Venendo nel nostro mondo dal Burundi, fa meraviglia non sentire crepitare la mitraglia; non trovare feriti ai bordi della strada, non imbattersi in gente in fuga che grida la sua fame; mentre assisto allibito allo spreco di pane buttato, allo spreco che si fa qui da noi.

Sono vissuto in Burundi dal 1966. La missione in cui lavoro con due magnifici confratelli conta 40.000 persone. Parte vivono nei sobborghi della capitale, Bujumbura; parte sulle colline che si inerpicano a 2.000 metri. Quassù la guerra continua come uno stillicidio, un incubo, una tortura quotidiana. La gente dev'essere sempre pronta a fuggire ed ogni giorno molti mancano all'appello.

Durante la S. Messa, capita di sentire il "Dies irae" del mortaio, dei kalachinov urtare fuori la chiesa; vedere entrare su portantine i feriti che posano accanto all'altare, vittime con la grande Vittima. C'è chi muore prima di essere soccorso. Nella pianura si trovano concentrate 15.000 persone: abitano in tuguri sotto vecchie lamiere infuocate dal sole tropicale.

Ci sono tre ospedali: quello di Johnson, un venerando pastore protestante in Africa da 50 anni; quello dei "Medici senza frontiere", che accoglie centinaia di bambini rottami di umanità già vecchi per denutrizione, e l' ospedaletto gestito dalla missione. L'opera che più ci costa è seppellire: i morti sono sempre troppi. Sulle colline dove infierisce la guerriglia, hanno bruciato le scuole, e i bambini sono a casa.

A casa, ma dove? Molte capanne sono state incendiate. C'è chi scende al Campo, alcuni errano sui monti, altri sono accolti nelle rare capanne ancora in piedi, come dice un proverbio kirundi: "La pelle d'una pulce copre cinque che si vogliono bene". Capanne capaci di 8-10 persone si dilatano anche ad accoglierne 15 ed anche più. Ma il male, la fame, la disperazione sono un po' ovunque.

Mi telefona un prete: "Qui al Campo si muore di fame: aiutateci!". Un altro giorno in lacrime mi dice: "Và dall'alto Commissariato per i Rifugiati e chiedi tende; questa notte sono morte 7 persone di freddo, sotto la pioggia". In questa tragica situazione qualcuno ci chiede: "E voi missionari, cosa fate?". Facciamo quello che fareste voi, se foste al nostro posto. "Ma loro cosa fanno? Perché non se la sbrogliano da soli?".

Vi risponde la realtà: "Le capanne sono bruciate, i campi giacciono non seminati o devastati dai militari o dalle bande che uccidono senza pietà. Nella nostra zona collinare non c'è più un coniglio, una gallina, non una capra; non hanno cibo, né vestiti, né riparo; senza lavoro, senza diritti, tranne quello di essere braccati come selvaggina da sterminare.

Molti agonizzano nelle prigioni, colpevoli solo di appartenere ad un'altra etnia. Sono accusati senza prove, senza testimoni, per rubar loro i miseri beni rimasti. Umanamente parlando, è un inferno. Ma in questi gironi d'inferno brillano gemme di eroica bellezza: c'è chi condivide il poco che ha con chi non ha nulla; c'è chi rischia la vita per salvare un altro; c'è chi ferito - ne sono testimone oculare - prega per coloro che gli hanno ucciso anche la moglie.

Se dovessi parlare delle mamme e dei bambini non finirei più. Mamme eroiche, nutrite di stenti, di fame, vestite di paura! Una di esse mi ha confidato: "Padre, sono quattro anni che ramingo da una collina all'altra, da un antro all'altro per salvare i miei figli". Molti di questi bambini scompaiono nel nulla. Queste povere mamme non hanno più latte per i loro piccoli.

Ogni giorno, dopo la s.Messa, distribuiamo latte in polvere. Di fronte a questo travolgente fiume di sofferenza, di miseria cosa possiamo fare? Amici, diamo ciò che la nostra bontà mette nelle nostre mani. Grazie ad alcuni di voi, molti dei nostri fratelli e sorelle africani sono ancora vivi.

È inutile cercare alibi alla nostra coscienza puntando il dito per giudicare. I dittatori non consultano mai la gente per sapere se vogliono la guerra o la pace. Dominano passando sulle loro teste. L'indice che sentenzia vita o morte per i piccoli, è nelle loro mani di tiranni. Ma chi vuol capire, chi ama si china, come un giorno Gesù, sui disgraziati, emarginati, affamati, per alleviare almeno un poco le terribili pene delle sorelle e dei fratelli.



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