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Ai piedi della Croce, nel cuore dell’Amazzonia

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A sei mesi dalla sua partenza, p. Andrea Gamba ci scrive dal cuore dell’Amazzonia, dove continua il suo cammino missionario tra popoli e culture diverse.

Desidero mandarvi un saluto affettuoso e qualche notizia del mio cammino. Dopo un passaggio rapido a Belém, sono stato inviato per alcuni mesi nella cittadina di Atalaia do Norte, diocesi dell’Alto Solimões, una delle zone più remote e suggestive dell’Amazzonia.

Ero con p. João Evandro, Saveriano brasiliano. La parrocchia di Atalaia comprende anche un’ampia area indigena demarcata, con quindici etnie differenti, distribuite su un territorio vasto quanto il Portogallo. In questa regione operano, stabilmente, solo alcuni laici del Consiglio Missionario Indigenista (CIMI), organismo della Conferenza Episcopale Brasiliana che accompagna da anni le comunità native.
Il fiume Javari, che scorre davanti alla città, segna la frontiera con il Perù: qui si incontrano e si mescolano indios brasiliani, peruviani e anche qualche colombiano. È una frontiera viva, dove si respira la fatica e la bellezza dell’incontro tra popoli diversi. Lì si comprende che la Chiesa non ha confini, perché la fraternità supera ogni frontiera.

Il clima è caldo e umidissimo. Le piogge, che in questo periodo non dovrebbero esserci, a volte arrivano all’improvviso, portando un po’ di frescura e facendoci sentire per qualche ora come in “inverno”. Il tempo si misura in modo diverso: non più chilometri o ore, ma “prima o dopo la pioggia”, “prima o dopo il caldo”, “a quanti giorni di barca di distanza”. 
La comunità di Atalaia è accogliente: la gente ti fa sentire subito a casa. Dopo poche settimane, camminando per le strade, molti mi salutavano per nome, anche senza conoscermi. Qualcuno si ferma per parlare, qualche anziana chiede una benedizione, altri confidano un problema o chiedono una preghiera. È la “pastorale della spesa”, tra le bancarelle del mercato o lungo la strada, fatta di prossimità, sguardi e parole semplici.

Mi colpiscono la vitalità di questo popolo e insieme la sua fragilità. La popolazione indigena resta la più vulnerabile; spesso l’incontro tra culture diverse si trasforma in scontro e, a pagarne il prezzo, sono i più deboli - bambini, anziani, disabili e donne - vittime di violenza, abbandono e povertà. Eppure, sono proprio loro, gli ultimi, a custodire la foresta e a difendere la vita dove la natura e l’uomo rischiano di soccombere.
Tra le scoperte di questo tempo, mi ha colpito un progetto di sviluppo sostenibile portato avanti dalle comunità indigene: l’allevamento del pirarucù, grande pesce di fiume che può superare i 150 Kg. Non si tratta di un allevamento artificiale, ma di cura dei laghi naturali, dove gli indios proteggono le acque dai bracconieri. Dopo anni di controllo, il pesce viene pescato in modo regolamentato e venduto: il ricavato serve per finanziare i villaggi. È un esempio di crescita rispettosa del creato, dove l’uomo non sfrutta ma custodisce, ricordando che “la terra non ci appartiene, ma ci è affidata”.

Tornando a Belém, dopo quasi due mesi ad Atalaia, porto nel cuore tante immagini e volti. In quelle terre di confine ci sono molte persone che vivono ai piedi della Croce, fatta di traffico umano, droga, piantagioni illegali, sfruttamento e abusi. È un dolore che lascia spesso impotenti, ma che chiede di restare, di stare accanto. Ricordo tre suore che vivono in una piccola isola sotto bandiera peruviana, sul lato brasiliano del fiume Javari: passano nelle scuole per parlare ai ragazzi dei pericoli del traffico di persone. Lo fanno con voce sommessa, quasi temendo che le pareti possano ascoltare. Anche questa è missione: stare ai piedi della Croce, non per risolvere tutto, ma per non lasciare soli i crocifissi della storia.

Restando qualche settimana a Belém, ho avuto la gioia di vivere il Círio de Nazaré, la grande festa in onore della Vergine di Nazaré, patrona dello Stato del Pará. È un evento di fede immenso, una processione di milioni di persone che camminano per ringraziare o chiedere una grazia alla “Nazinha”, come qui chiamano con affetto la Madonna.
Ora mi preparo ad un nuovo servizio nella cittadina di Abaetetuba, dove affiancherò un confratello rimasto solo in una grande parrocchia. Le distanze sono immense, ma la comunione non conosce chilometri. La missione non è mai soltanto “partire”, ma rimanere uniti nel Signore, condividendo la stessa speranza, anche da luoghi lontani. Vi ringrazio per la vicinanza, le preghiere e l’amicizia che continuo a sentire viva anche da qui. Che la Vergine di Nazaré, vi accompagni, custodisca le vostre famiglie e renda fecondo ogni vostro servizio.



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