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60 anni di vita religioso-missionaria

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Intervista a p. Orlandini Sperindio

Caro p. Sperindio, ha compiuto 60 anni di vita religioso-missionaria nell'Istituto dei Saveriani, ci può raccontare il segreto di una così lunga vita religiosa?

Durante tutti i 60 anni di vita religioso-missionaria nell'Istituto Saveriano, sia nelle circostanze facili che difficili, favorevoli o sfavorevoli, mi ha sostenuto la speranza in Dio amoroso e misericordioso; la bontà e l'operosità dei confratelli; la compassione verso le persone in situazioni umane e religiose dolorose.

Alla sera della vita si ricorda di come ha conosciuto i missionari Saveriani?

Ho conosciuto i missionari Saveriani attraverso la loro rivista "Fede e Civiltà".

Come ha avuto la vocazione di farsi missionario?

A 23 anni, poco prima di ricevere il suddiaconato che mi incardinava nella diocesi di Reggio Emilia, la lettura della vita di Guido Maria Conforti, scritta da p. Giovanni Bonardi, principale collaboratore del Fondatore, mi portò alla decisione di entrare nell'Istituto missionario fondato dal Conforti a Parma. Sentendomi persona di limitate doti intellettuali e iniziativa pratica, mi diedero coraggio per la decisione di essere missionario le parole di p. Bonardi che commentavano il fatto che Guido Maria Conforti non potendo  andare missionario in Cina fondò l'Istituto missionario di Parma:

"E sempre la soave e meravigliosa divina Provvidenza che là dove l'uomo vede un insuccesso, stabilisce le basi per un'opera ben più grandiosa". Posso affermare che non soltanto l'inizio, ma tutto il corso della mia vita è stato segnato dal  ricordo di quest'affermazione, che ho applicato a me stesso trovandomi in diverse situazioni.

Nella sua lunga vita in quali missioni ha lavorato?

Durante i sette anni e mezzo vissuti in Cina ho lavorato poco pastoralmente, perché un mese dopo il mio arrivo a Cheng-Chow, sulle rive del Fiume Giallo, giunsero  i rivoluzionari comunisti di Mao-tzetung, che ci limitarono quasi subito le uscite dalla residenza per l'attività missionaria. Per circa tre anni ho aiutato fr. Giacomo Rigoni nella preparazione delle medicine per gli ammalati ricoverati nell'ospedale della missione o che venivano all'ambulatorio che era stato messo sotto il controllo delle autorità provinciali comuniste.

Il giovane poliziotto addetto alla sorveglianza della nostra attività, imparando il lavoro di farmacista, ci ha difeso di fronte alle continue restrizioni del segretario del partito. Avevamo accettato questo impegno per il bene dei cinesi bisognosi e per restare più a lungo in Cina.

Ha qualche episodio da comunicarci sulla sua vita in Cina durante questo periodo di coercizione, che testimonia la fede dei cristiani cinesi?

Di fronte ad un sistema politico tremendamente opprimente come il comunismo cinese, ho potuto ammirare dei cristiani spiccatamente coraggiosi. Le suore diocesane di s. Giuseppe non hanno accettato la dispensa dalla vita comunitaria e dai voti religiosi che il vescovo, considerate le gravissime difficoltà della situazione aveva loro concesso. Hanno continuato la loro vita comunitaria di sempre.

Fino a quando non l'ho potuto sapere, perché ho dovuto lasciare il Paese. Negli ultimi anni di permanenza in Cina tre giovani cristiane, una di quattordici anni, alla mia notizia che dalla seconda metà dell'anno 1950 non avremmo avuto più vino per celebrare la Messa, perché le autorità comuniste ci avevano proibito di raccogliere l'uva matura del nostro vigneto, pensarono: "Come faremo senza Gesù?".  Queste tre ragazze nottetempo più volte raccolsero l'uva dal vigneto col rischio di gravi punizioni, e la passavano alle suore che preparavano il vino e lo affidavano a famiglie cristiane per tenerlo al sicuro. Usandone nella misura di 20 gocce per Messa ci è bastato per gli ultimi tre anni di permanenza in Cina.

Durante gli ultimi tre mesi di domicilio coatto nel 1953, per la festa dell'Assunta, un chierichetto che ci portava da mangiare in prigione, sotto il controllo del soldato di guardia, mise nel pane ordinario del misero pasto quotidiano che ci preparavano i cristiani una piccola teca con tre ostie consacrate per noi tre confratelli incarcerati. Il pane veniva cotto a vapore. È stato un momento di sollievo e di gioia con Gesù eucaristico.

Dopo la missione in Cina ha lavorato in altri Paesi di missione?

Dopo l'espulsione dalla Cina sono vissuto otto anni in Indonesia, ho imparato una nuova lingua, ho lavorato nel piccolo seminario, ho fatto pastorale nella parrocchia di s. Francesco. In seguito ho collaborato nel ministero pastorale per la grande parrocchia della cattedrale di Padang, facendo catechesi in due scuole cattoliche, preparando gli alunni delle ultime classi delle elementari, che lo chiedevano, al battesimo, animando settimanalmente gli alunni cristiani nel gruppo della Legio Mariae, con la preparazione delle celebrazioni liturgiche e le confessioni mensili.

A Genova-Pegli in questi anni che cosa ha fatto?

In questo tempo ho curato la corrispondenza della casa missionaria di Genova-Pegli con i benefattori della Liguria e del Piemonte, inviando gli auguri per il loro onomastico e ricordando gli interessati nella preghiera della '..s. Messa comunitaria nel giorno del loro onomastico. Ciò è molto gradito da loro.

Dal traguardo della sua veneranda età ha qualche consiglio da dare ai giovani missionari?

Prima della mia partenza per la Cina nel 1946, chiesi al mio confratello, ex Superiore Generale, p. Dagnino Amatore, qualche consiglio per essere un buon missionario. Me ne diede tre, validi anche per i missionari giovani: "Avere ginocchia da cammello, spalle da somarello, bocca da porcello". Nel senso di pregare fino ad avere i calli alle ginocchia; portare i vari pesi dell'attività missionaria con umiltà, costanza e calma; assuefarsi a tutto ciò che non è velenoso per diventare carne buona e nutriente a vantaggio dei fratelli per i quali operiamo.

Questi consigli servano per comunicare il messaggio di verità e di salvezza di Cristo nell'attività missionaria con la lingua parlata dal popolo fra il quale ci troviamo.

Lei è un buon camminatore a 84 anni suonati dove vuole arrivare?

Il mio stesso nome, Sperindio, mi porta a fare un cammino continuo e sereno verso la pienezza di vita e di gioia che è Dio.



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