40 giorni nel “deserto” con p. Piero Mazzocchin
Con azione rapida Uganda, Rwanda, Burundi, con l'appoggio USA, hanno rovesciato un colosso d'argilla: Mobutu e il suo Zaire, ribattezzato Congo, per il carro del nuovo despota Kabila. Il piano americano contempla un riassetto più omogeneo della zona dei Grandi Laghi, sotto l'egemonia più affidabile dei Tutsi, al potere nei tre paesi, pur rappresentando solo il 15% della gente.
Conclusa l'impresa, i conquistatori hanno messo radici occupando un terzo dello Stato e quasi tutti gli aeroporti. Il movente occulto? La favolosa ricchezza mineraria del Congo, sposata alla fame di potere. Nelle tre nazioni a maggioranza Hutu è in atto una continua guerriglia conto i Tutsi al governo, come all'interno del Congo, in appoggio a forze paramilitari (i may-may), contro gli invasori, provocando efferate e indiscriminate rappresaglie.
La missione di Baraka ( diocesi di Uvira-Congo) si affaccia sul lago Tanganika. Tutto il territorio è occupato dai soldati di Rwanda e Burundi, ex alleati di Kabila. Il bassanese p. Piero Mazzocchin, Saveriano, e don Elia Leita friulano, hanno scelto di tenere le posizioni. Il 12 maggio '99, all'improvviso irrompono a Baraka i guerriglieri may-may, alleati al governo centrale di Kabila, sparando e urlando all'impazzata (erano tantissimi, come uno sciame d'api): "Siamo amici, state tranquilli".
I padri annunciano sereni, via radio, d'essere stati liberati. Amara illusione: la notte riservava il saccheggio più spietato, in nome della liberazione, come i precedenti liberatori scatenati a rubare, incendiare, uccidere, tra il fuggi fuggi della gente. I padri sono coinvolti, accusati di occultare un ufficiale burundese; la missione è perquisita a tappeto: un pretesto per spogliarla al completo. La situazione precipita; i padri sono messi al muro con le canne puntate: pretendono denaro inesistente.
"Contiamo fino a tre. Uno ... due ... ". "In un lampo - narra p. Piero - mi appare la stessa scena di Kasika con un abbè e tre suore fucilate a morte. Mi ero anche confessato. Interminabili istanti: il tre non arriva. In seguito non ci hanno più torto un capello". Passano due giorni, e i militari del Burundi si rimangiano Baraka: i may-may si eclissano con il bottino. Per precauzione il generale dei guerriglieri aveva deciso di trasferire al suo comando i due missionari, all'interno della foresta. Le accuse non cessano: "Fuori il telefonino! Comunicate con il nemico: vi abbiamo sentito in contatto con i vostri ad ore fisse".
"Stavamo solo pregando; non esiste telefonino". La stazione radio non funziona: nella fuga avevano scordato l'antenna sul tetto della missione. A parte questo, il comandante è stato corretto con i padri; non potevano muoversi, ma ricevevano visite da cristiani generosi, che non lasciavano loro mancare il cibo. Quale il motivo del sequestro? Protezione, riscatto, notorietà? Forse le tre cose insieme. Qualche tentativo di spillare denaro è stato fatto, e lasciato poi cadere.
L'esperienza durata 40 giorni esatti, confessa p. Piero, sa tanto del tempo passato dal Signore nel deserto: lo spazio di m. 5x3, più 5 per muoversi; la privazione di tutto, la mancanza di notizie, il silenzio, l'aver abbandonato la gente, specie la privazione del Pane Eucaristico, premevano nell'animo. Infine è deciso l'invio di un messo con lettera del vescovo a Kigoma, al di là del lago, in Tanzania.
Grazie ad una antenna di ricupero, si diffonde via radio la notizia che i due sequestrati sono vivi e scatta l'idea del rilascio, dato anche il rischio di un attacco dei burundesi, dislocati a solo 8 chilometri. Approntato il piano, è via libera con scorta armata: quattro giorni su e giù per le boscaglie, per guadi e acquitrini, con i piedi a pezzi, fino al lago Tanganika, ove due battelli attendevano per la traversata notturna su Kigoma.
Questa è preceduta da un duplice attacco a colpi di cannone delle vedette del Burundi incrocianti sul lago, e risposta da terra. A Kigoma la Caritas pronta li accoglie, poi i fratelli della Carità li ospitano in festa. "È un esilio – termina p. Piero - dalla nostra gente, che ci ha donato tanto: là sola, ancora più povera e divisa dai propri cari. Per questo mi sento a disagio qui a casa dai miei, attorniato da premure e affetto.
Il desiderio è di approdare almeno tra i campi profughi in Tanzania, per ripetere all'infinito che Dio è in mezzo a noi sempre.








