Quando, dodicenne, sono entrato nella scuola apostolica dei missionari Saveriani di Udine, non ricordo di aver avuto in testa altro sogno per il mio futuro. Volevo diventare prete, ma non in seminario e nemmeno frate (chissà poi perché). A Udine c’erano i saveriani e da loro mi portò, sulla sua moto, il mio parroco. Lì, mi accorsi che avevo già dato il mio nominativo a p. Mombelli, venuto a fare una conferenza missionaria nella nostra scuola, quando ancora frequentavo la terza elementare.
Nella mia testolina allora girava un’idea tanto curiosa quanto balzana: che per divenire prete/missionario si dovesse studiare solo religione. A me piacevano tanto i racconti di Bibbia e Vangelo e odiavo la matematica. Quella, ne ero sicuro, non poteva far parte del curriculum scolastico per preti!
Per secoli, la missione ha raccontato l'epopea di grandi personaggi, la cui vita imitava e prolungava la ragion d'essere dell'incarnazione di Gesù, inviato e cioè missionario del Padre per la salvezza del mondo, ovvero, per dirla con il nostro Fondatore: “Quanto di più perfetto, secondo il Vangelo, si possa concepire” (LT 2). Questo hanno fatto i grandi missionari, che annunciarono il Vangelo a Gerusalemme, Atene, Roma, nella Gallia, nella Britannia, tra i popoli slavi fino al XIV sec.
Con la scoperta di nuovi mondi, nel XV secolo, le missioni ebbero un impulso ancora maggiore. Esploratori e conquistatori viaggiavano insieme con coloro che volevano portare (imporre?) Cristo a questi nuovi popoli. Dal XVIII secolo vi fu un altro grandioso impulso missionario e nacquero numerose Congregazioni ed Istituti che si prefiggevano solo l’evangelizzazione di quei popoli dove l'annuncio del Regno di Dio ancora non era arrivato.
Questa necessità e ininterrotta pratica del dovere dell'annuncio missionario ha sempre attraversato la storia umana come, credo, nessun’altra “dottrina” abbia mai fatto. Tra ombre e luci, è stato un polmone dell'attività della Chiesa ed uno dei più potenti motori di sviluppo e incontro di popoli e culture.
Venti secoli. Tanto è andato avanti questo impianto di base del movimento missionario. Per lo più rimase opera di solisti e specialisti della missione. Le missioni si identificavano con l'opera dei missionari. Ultimamente, il concetto si è un po’ intorbidito e sono proliferate le missioni militari, le missioni scientifiche, le missioni diplomatiche e quant'altro. Nella Chiesa (Concilio Ecumenico), invece, si verificava una rivoluzione copernicana: la missione non era un'attività collaterale della Chiesa. Era il nome nuovo della Chiesa: non c'è Chiesa dove non c'è missione; essa non è tanto un'istituzione, quanto un vivente organismo missionario. Tutti missionari.
In un colpo solo, quest'idea spiazzava missionari e cristiani in generale. Ai primi, perché parve di perdere un'esclusiva, ai secondi perché finiva l'epoca dell'essere cristiani, missionari per procura. La Chiesa-Missione, costituisce la chiave di lettura di tutta la cura pastorale di papa Francesco: si può solo vivere come cristiani-missionari.







